Roma: Restauro choc al Foro della Pace

03.06.2015 16:49
Fa discutere l’uso del cemento nelle colonne

Cemento armato al Foro della Pace. Sei parole che, assieme, già dovrebbero giustificare l’allarme di eminenti studiosi, ricercatori ed architetti che invece da giorni, settimane, restano esclusi da ogni informazione o dibattito. Dibattito che non può essere tardivo rispetto all’intervento di restauro in corso, ora o mai più perché poi - trattandosi di cemento armato appunto - sarà troppo tardi. «Nel Foro romano affondano le radici della civiltà occidentale, è il luogo della nostra identità culturale - incalza l’architetto Sandro Maccallini che, con un gruppo di studiosi del calibro di Paolo Marconi, Mario Docci, Giovanni Calabresi, Claudio Strinati e Pio Baldi già nel 2011 aveva proposto un progetto di innalzamento delle colonne e riqualificazione della basilica Fulvia Emilia poi insabbiato dall’amministrazione comunale - Su questo sito archeologico, unico al mondo, si gioca il futuro anche economico della nostra città, è una risorsa che va curata e valorizzata e invece un giorno, in visita al Foro con alcuni colleghi cinesi, mi si presenta davanti agli occhi lo scempio: armature di ferro e colate di cemento armato. Come se non bastasse operai che azionavano una gru si lamentavano, essendo ormai tardo pomeriggio, di non poter tornare presto a casa perché ‘dovevano aspettare che tirasse la resina’. Uno choc! Ci si dovrebbe invece ricordare che le tecniche di restauro sono un po’ come i farmaci, devono essere sperimentati attentamente per verificare gli effetti che producono soprattutto nel lungo termine».

La materia è tecnica, ma le foto comprensibili - ed incredibili - per tutti, anche per i non addetti ai lavori. «In pratica - continua Maccallini - assistiamo alla demolizione e mutilazione del podio, in corrispondenza delle basi delle sette colonne che dovrebbero essere innalzate, con smantellamento parziale dei gradini e costruzione di plinti e stilobati in cemento armato». Secondo passaggio «la ricostruzione delle consistenti parti mancanti delle colonne in cemento armato e resina previa perforazione, reiterata e diffusa, dei rocchi originali». Un metodo controverso, l’utilizzo del cemento armato, che non trova precedenti se non paradossalmente all’interno dello stesso Foro come sostiene il Sovrintendente comunale Parisi Presicce: «Intervistato dal Corriere della Sera - prosegue l’architetto - Presicce ha detto che il cemento esisterebbe già dagli anni Novanta, cioè da quando sarebbe stato realizzato lo scavo dell’area. E allora perché non rimuoverlo ma consolidarlo aggiungendone altro?». Il progetto della sovrintendenza capitolina, che appunto prevede la riqualificazione dell’area a partire dall’innalzamento delle sette colonne di granito rosa per una spesa di oltre 675mila euro, non convince soprattutto sul punto della «reversibilità», regola aurea delle più basilari tecniche codificate del restauro archeologico che evidentemente resta disattesa in caso di utilizzo del cemento armato. Del resto, ai Fori, basta guardarsi attorno: praticamente tutti gli interventi di ricostruzione sono stati eseguiti utilizzando materiali tradizionali, come i mattoncini, o malte colorate naturalmente. «Tagliare una fondazione continua, come emerge dalle fotografie che oggi non potremmo più scattare essendo stata l’opera coperta da teloni bianchi - insiste Maccallini - significa anche annullare un equilibrio strutturale: gli elementi costruttivi vengono modificati, mutilati e trasformati rispetto alla loro configurazione e funzione originale quindi non sappiamo come tante fondazioni isolate potranno reagire nel tempo». Insomma, un passo indietro lungo almeno cinquant’anni nella storia del restauro su cui ha chiesto approfondimenti anche l’associazione Bianchi Bandinelli, istituto di studi e ricerche fondato da Giulio Carlo Argan che lo scorso 13 maggio ha scritto direttamente a Presicce: «Chiediamo che siano resi noti - si legge - al mondo degli specialisti e degli operatori i progetti e lo stato dei lavori di restauro». Fino ad oggi, però, nessuna risposta ufficiale, nessuna «carta» da poter investigare. Dopo l’inaugurazione, il 21 aprile scorso, delle prime due delle sette «rovine», un primo incontro sul «luogo del delitto» potrebbe avvenire già giovedì mentre al Foro il «giallo» si infittisce: «Come ho potuto appurare ieri (sabato, ndr) - conclude Maccallini - sono state rimosse parti di una colonna appena ‘inaugurata’».

Eri. Del.

 

Fonte : il tempo

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