05. Giugno. 2013 - qualifiche professionali restauratore e di collaboratore restauratore di beni culturali.

14.06.2013 18:41
Posizione comune e massima urgenza sono state poste lo scorso 5 giugno al gruppo di lavoro del Mibac sulla questione restauro. Qui allegato trovate il testo del documento presentato che emerge dalle numerose riunioni sviluppate da CNA sul territorio nazionale, dal confronto con le altre parti datoriali ed anche sindacali con le quali sono state condivise differenti questioni.
Sempre per la trasparenza che abbiamo sin dall’inizio presentato, siamo dunque a porre alla vostra attenzione la nostra posizione che spero trovi il vostro massimo accordo.
Chiederemo nei prossimi giorni un incontro con il Ministro Bray al fine di porre anche al vertice del Ministero, l’urgenza della questione e spingere su una risoluzione rapida della vicenda che oramai da oltre 4 anni segna un importante settore della nostra economia. 

documento-audizione-5-giugno-2013-su-l-14-gennaio-2013-n-7.pdf (709809)

 

L. 14 gennaio 2013, n. 7
Modifica della disciplina transitoria del conseguimento delle qualifiche
professionali di restauratore di beni culturali e di collaboratore restauratore di
beni culturali

Premessa
La nuova disciplina transitoria dispone che, agli effetti indicati all’articolo 29, comma 9-bis (vale a
dire “agli effetti dell’esecuzione degli interventi di manutenzione e restauro” nonché “del possesso
dei requisiti di qualificazione dei soggetti esecutori di detti lavori”), acquisisce la qualifica di
restauratore di beni culturali, per il settore o i settori specifici richiesti tra quelli indicati nell’allegato
B, colui il quale abbia maturato una adeguata competenza professionale nell’ambito del restauro dei
beni culturali mobili e delle superfici decorate dei beni architettonici.

La norma stabilisce che la qualifica di restauratore è attribuita in apposita procedura di selezione
pubblica con appositi provvedimenti del Ministero che danno luogo all’inserimento in un apposito
Elenco suddiviso in 12 settori di competenza.

Tale disposizione risulta applicabile sia ai soggetti che aspirano a conseguire il riconoscimento della
qualifica di Restauratore nella fase transitoria prevista dall’art. 182 del Codice del Restauro (D.Lgs
n. 42/2004), sia nei confronti di coloro che conseguano la qualifica di Restauratore a livello
universitario ai sensi della disciplina a regime prevista ai sensi dell’art. 29, commi 7, 8 e 9 del
Codice del Restauro, come risulta dall’ultimo periodo del comma 1-bis dell’art. 182, come
modificato dalla legge in esame, nel quale si dispone che gli Elenchi medesimi vengono
tempestivamente aggiornati anche mediante “l’inserimento dei nominativi di coloro i quali
conseguono la qualifica ai sensi dell’art. 29, commi 7, 8 e 9”.

In via specifica si dispone che la procedura di selezione pubblica consiste nella valutazione dei titoli
e delle attività ed alla attribuzione dei punteggi, indicati nell’Allegato B, secondo linee-guida da
definire con decreto del Ministro, “sentite le organizzazioni imprenditoriali e sindacali più
rappresentative. La qualifica di restauratore di beni culturali è acquisita con un punteggio pari al
numero dei crediti formativi indicati nell’articolo 1 del decreto del Ministro 26 maggio 2009, n. 87.

Classificazione per settori di competenzaElenco professionale
Criteri per l’attribuzione del punteggio e riconoscimento univoco ad ogni effetto della
qualifica di restauratore.

Un primo rilevante aspetto critico che emerge da tale previsione consiste nella difficoltà di definire
un criterio univoco e coerente per attribuire il punteggio ai soggetti interessati in relazione ai singoli
settori di competenza, nonché per riconoscere la qualificazione di restauratore secondo un profilo
unitario.
Infatti, la norma prevede la mera attribuzione del punteggio, per possesso di titoli di studio e per
svolgimento di esperienza professionale, senza definire alcun criterio mirato a specificare se:
a) il punteggio complessivo cumulato debba essere attribuito per il riconoscimento della
qualifica di restauratore in ogni singolo settore di competenza,
oppure se:
b) il punteggio debba essere attribuito complessivamente con riferimento ai vari settori di
competenza.

Le due soluzioni provocano conseguenze radicalmente divergenti; infatti:
a) nella prima ipotesi un soggetto potrebbe essere riconosciuto restauratore esclusivamente in quei
singoli settori di competenza nei quali abbia cumulato il necessario punteggio: volendo
prendere in esame un esempio di riferimento, laddove un soggetto abbia svolto l’attività di
restauro per almeno 8 anni, pari a 300 punti/crediti formativi, in un solo settore, ma abbia
svolto attività di restauro per un periodo inferiore (ad es. 4 anni) in un secondo settore, o per
diversi periodi comunque inferiori in altri settori, questi potrebbe conseguire la qualifica solo
nel primo settore ma non anche nel secondo o negli altri in cui abbia comunque svolto la
propria attività;
l’effetto concreto di tale criterio consisterebbe in una selezione estremamente restrittiva ed
ingiustificata in quanto il riconoscimento della qualifica potrebbe essere conseguito solo da
pochi soggetti e solo in determinati settori competenza in cui abbiano maturato la necessaria
esperienza per un minimo di 8 anni, senza poter conseguire alcun riconoscimento per altri
settori di competenza nei quali abbiano comunque maturato esperienze professionali
significative ma per periodi inferiori al minimo richiesto;
b) nella seconda ipotesi, invece, i soggetti interessati che (in base al medesimo esempio di
riferimento) dimostrino di avere svolto almeno 8 anni di attività di restauro in diversi settori di
competenza (ma non in ognuno di essi), potrebbero conseguire il relativo riconoscimento in
tutti i medesimi settori indipendentemente dal periodo di tempo dedicato realmente ad ognuno
di essi;
l’effetto concreto di questo secondo criterio consisterebbe in un riconoscimento ampio della
qualifica di restauratore, anche laddove i soggetti interessati abbiano svolto periodi brevi di
esperienza in singoli settori (anche solo di uno o due anni).
In realtà va evidenziato che la norma precisa che nella fase transitoria i soggetti che abbiano
maturato una adeguata competenza professionale nell’ambito del restauro acquisiscono la “qualifica
di restauratore” “agli effetti indicati dall’articolo 29, comma 9-bis” dal che discende che la norma
configura un riconoscimento pieno della medesima qualifica a tutti gli effetti. 3

Tale impostazione viene confermata dal comma 1-quater dell’art. 182 ove si dispone chiaramente
che “ai fini dell’attribuzione dei punteggi” “è considerata attività di restauro” quella “caratterizzante
il profilo di competenza del restauratore secondo quanto previsto nell’allegato A del regolamento di
cui al decreto del Ministro 26 maggio 2009, n. 86”. Inoltre e per converso nel medesimo decreto del
Ministro 26 maggio 2009, n. 87 (sulla definizione dei criteri e livelli di qualità di insegnamento del
restauro) all’articolo 2, comma 2, si afferma che il percorso formativo viene articolato in relazione
ad appositi percorsi formativi professionalizzanti (suddivisi nell’Allegato B in 6 categorie), “ferma
restando l’unicità della professione”.

Altresì, occorre richiamare il medesimo articolo 1 del D.M. n. 86/2009 il quale definisce in modo
univoco la figura del Restauratore di beni culturali mobili e di superfici decorate di beni
architettonici, sottoposti alle disposizioni di tutela del Codice, come: “il professionista che definisce
lo stato di conservazione e mette in atto un complesso di azioni dirette e indirette per limitare i
processi di degrado dei materiali costitutivi dei beni e assicurarne la conservazione,
salvaguardandone il valore culturale”. Soprattutto il comma 2 dell’articolo 1 dello stesso DM n.
86/2009 stabilisce con chiarezza che “La qualifica di «restauratore di beni culturali», acquisita ai
sensi dell’articolo 182 del Codice, corrisponde al profilo professionale di cui al presente articolo”.

In base al combinato disposto sopra riportato deriva che i soggetti che acquisiscono la qualifica di
restauratore di beni culturali nella fase transitoria sono da considerarsi come qualificati in senso
unitario ad ogni effetto e che sono da considerarsi come equiparati a coloro i quali verranno a
conseguire la qualifica a regime, ai sensi dell’articolo 29, commi 7, 8 e 9 del Codice del Restauro
(come già applicato dai Decreti ministeriali n. 86 e 87 del 26 maggio 2009).

Tale riconoscimento comporta, pertanto, una sostanziale equiparazione della qualifica acquisita dai
restauratori in fase transitoria rispetto a quella dei restauratori da abilitare professionalmente ai
sensi della disciplina a regime, anche ai fini del relativo accesso agli appalti pubblici di restauro.

In definitiva, in virtù di tale equiparazione i medesimi soggetti devono considerarsi legittimati ad
accedere ai diversi corsi di aggiornamento, perfezionamento e specializzazione successivi ai corsi
previsti per la fase transitoria nell’Allegato B, Tabella 1. Dell’art. 182, nonché a quelli post-laurea o
comunque successivi ai nuovi corsi abilitanti di cui alla disciplina a regime prevista dall’articolo 29,
commi 8 e 9 del Codice del Restauro.

Tale riconoscimento dovrebbe inoltre garantire un libero accesso del professionista alla formazione
continua, in ottemperanza alle norme europee (come da direttiva comunitaria 36/2005 CE).
Operando in tale maniera può ipotizzarsi che si possa raggiungere una reale unificazione del titolo
di Restauratore di Beni Culturali, scongiurando possibili disparità connesse alla diversa provenienza
formativa, che la normativa stessa prevista dal Codice del Restauro si proponeva di risolvere.

In definitiva, tenuto fermo il presupposto del riconoscimento unitario della figura del restauratore
nella fase transitoria, occorre evidenziare che il criterio da adottare per l’attribuzione del punteggio
deve consistere nell’acquisizione di un numero complessivo di crediti formativi (come indicati dal
DM n. 87/2009) sulla base del possesso di titoli ed esperienze, in senso utile per il riconoscimento
della qualifica di restauratore a tutti gli effetti in conformità al principio di unicità della
professione.

Natura e funzione dell’Elenco ministeriale
Un elemento critico strettamente connesso agli aspetti sostanziali sopra rilevati attiene alla stessa
funzione che la legge n 7/2013 attribuisce all’Elenco tenuto dal Ministero, con specifico riferimento
alla sua suddivisione per settori di competenza.

In realtà occorre evidenziare che la suddivisione dell’Elenco in settori di competenza in cui i
soggetti interessati abbiano effettivamente maturato competenza ed esperienza professionale non
riposa sull’esigenza di selezionare i medesimi soggetti sul piano professionale al fine di tutelare il
patrimonio dei beni culturali ma risponde ad una esigenza avente esclusivamente carattere di
ricognizione dei singoli settori del restauro nei quali il soggetto da riconoscere come restauratore e
da iscrivere all’Elenco medesimo abbia realmente maturato la propria competenza.
In virtù di tale ricognizione ogni restauratore riconosciuto ed iscritto all’Elenco avrebbe la
possibilità di avvalersi di una presunzione di competenza professionale utile al fine di accedere agli
appalti pubblici di restauro nei quali i candidati, ai sensi delle disposizioni vigenti, debbono
comunque possedere appositi requisiti di qualificazione tecnica e professionale, nonché disporre di
determinati requisiti tecnico-organizzativi ed economico-finanziari nella struttura dell’impresa: in
tale ottica è sempre necessaria la qualificazione per “titoli di studio e professionali” da parte dei
soggetti che prestano l’attività nell’impresa concorrente all’appalto e, in particolare, dei “soggetti
concretamente responsabili della prestazione di servizi” (art. 42, comma 1, lettera e) del Codice dei
contratti pubblici).

Nel senso indicato, in effetti, occorre osservare che l’inserimento nell’Elenco dei restauratori, sia in
fase transitoria che nella futura fase a regime, avrebbe propriamente l’effetto di costituire, per le
stazioni appaltanti, una “presunzione di idoneità alla prestazione” dedotta nell’appalto pubblico di
restauro, come previsto espressamente dall’art. 45, comma 2, del Codice dei contratti pubblici, in
base al quale viene prevista l’iscrizione dei concorrenti in “elenchi ufficiali” certificati dall’Autorità
garante, con l’indicazione dei requisiti e presupposti che giustificano la relativa iscrizione.

In definitiva, l’iscrizione all’Elenco con la relativa suddivisione per settori di competenza, lungi dal
selezionare professionalmente i soggetti interessati con riguardo ai soli settori nei quali siano in
possesso di una competenza tecnica e scientifica adeguata, costituirebbe un requisito formale utile
per consentire agli operatori interessati di proseguire l’esercizio della propria attività professionale
ed imprenditoriale e, soprattutto, per accedere agli appalti pubblici di restauro in conformità alla
relativa disciplina prevista dal Codice dei contratti pubblici di cui al D.Lgs n. 163/2006.

Suddivisione in settori e ambiti di competenza

Occorre evidenziare che ai sensi dell’art. 182, comma 1-quater, lettera a), allegato A, viene prevista
una suddivisione in 12 diversi settori di competenza.
In primo luogo va osservato che la suddivisione prevista non trova una formale corrispondenza con
le diverse classificazioni previste rispettivamente dal Decreto ministeriale 30 marzo 2009, n. 53
(sullo svolgimento della prova di idoneità), ove, ai fini dello svolgimento delle prove, viene indicata
una classificazione in 7 “Ambiti di competenza” (Allegato A di cui agli articoli 2 e 3 del DM),
nonché dal successivo Decreto miniseriale 26 maggio 2009, n. 87 (concernente i criteri e livelli di
qualità dell’insegnamento del restauro), ove l’articolazione dei percorsi formativi prevede 6
“Percorsi formativi professionalizzanti” (Allegato B di cui all’articolo 2 del DM). 5

In particolare, nella classificazione dei 6 “Percorsi formativi professionalizzanti”, alla voce n. 6
“Strumenti musicali” figura compresa anche la voce “Strumentazioni e strumenti scientifici e
tecnici”, mentre nella classificazione degli “Ambiti di competenza” la medesima voce trova
collocazione in una autonoma voce A7.

Ebbene, anche se la suddivisione dell’Elenco alla cui tenuta deve provvedere il Ministero ai sensi
dell’art. 182 risulta articolato in 12 settori di competenza, in senso divergente rispetto alle altre
classificazioni sopra indicate, va evidenziato che tale suddivisione non risponde a reali esigenze di
suddivisione sostanziale ma che, in realtà, si rivela di carattere meramente formale in quanto risulta
semplicemente più articolata rispetto alle voci sostanzialmente corrispondenti previste dagli altri
Decreti sopra citati.

Ma, soprattutto, occorre tener conto che, nell’ambito delle attività di restauro, i diversi settori citati
dalla norma hanno rilevanti caratteristiche e tipologie che li accomunano, in quanto accorpano
analoghe e spesso identiche tecniche e metodologie. In sostanza, dal punto di vista dei nuovi
indirizzi del restauro moderno, si è ridotto il gap di differenza metodologica tra i settori: i prodotti
spesso sono gli stessi e analoghe sono le indagini diagnostiche effettuate con le medesime
attrezzature, che molte volte si rendono necessarie nei diversi settori.

Tanto che, nella realtà del settore (mantenendo ferma ovviamente la formulazione attuale della
norma) si potrebbero ricondurre, di fatto, i 12 settori indicati in 3 principali accorpamenti così
suddivisi:
1) Superfici decorate dell’Architettura e materiali lapidei, musivi e derivati. Materiali e
manufatti in metallo e leghe.
2) Manufatti dipinti su supporto ligneo e tessile. Manufatti scolpiti in legno, arredi e strutture
lignee. Manufatti in materia sintetica lavorati, assemblati e/o dipinti. Materiali e Manufatti
tessili, organici e pelle.
3) Materiali e manufatti ceramici e vitrei.
Altresì sono da considerare i nuovi materiali e le nuove metodologie attinenti alla voce
“Strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici” che sono sempre più interdisciplinari.
Nell’ottica esposta occorre anche osservare come, in fase di legislazione transitoria, una
suddivisione circostanziata all’entrata dei settori di competenza, con tipologie differenziate di
materiali o ambiti, non trovi riscontro (salvo rari casi) in atti o certificati che gli interessati
dovrebbero produrre per comprovare l’esperienza lavorativa maturata in questi settori.

Spesso è difficile individuare un settore prevalente soprattutto per chi partecipa a gare pubbliche,
perché i beni su cui si interviene sono molto spesso ascrivibili a settori diversi; la situazione si
complica ulteriormente quando si tratta di lavori vincolati (oltre i settant’anni) d’epoca moderna,
realizzati con materiali diversi, riuniti in un’unica opera; ma basta un altare ligneo scolpito e dipinto
con pala ad olio su tela e paliotto in cuoio dipinto per prevedere almeno tre competenze differenti;
per non parlare delle superfici dell’architettura (in cui nello stesso appalto è compreso il restauro di
stucchi, affreschi, soffitti lignei di varia foggia dipinti o policromi, boiseries, dipinti mobili e/o
oggetti metallici).

E poi, in una realtà di mercato in cui perfino le amministrazioni pubbliche spesso si perdono in
interpretazioni scorrette del Codice degli appalti pubblici e fanno ancora confusione tra OG2 e OS2
(non parliamo poi di distinzioni trai A e B), non è certo opportuno né economicamente sostenibile,
pensare ad uno smembramento delle lavorazioni in appalti minori. 6
Quanto detto va nel senso di un concreto riconoscimento del ruolo che, nell’ambito della tutela sul
territorio, è di competenza delle Soprintendenze, sia nella fase di progettazione (schede tecniche,
ecc.) sia in fase di realizzazione degli interventi (sopralluoghi); sia verso le amministrazioni locali o
gli enti ecclesiastici (D.M. 25 gennaio 2005).

In definitiva, risulta necessario applicare la norma relativa alla suddivisione dei 12 settori di
competenza tenendo conto della loro sostanziale corrispondenza alla classificazione prevista dai due
Decreti sopra citati e provvedere all’iscrizione dei restauratori, come riconosciuti nella procedura di
selezione pubblica, nell’Elenco ministeriale secondo criteri ampi e flessibili.

Individuazione e configurazione dell’attività di restauro

Al fine di provvedere all’attribuzione dei punteggi indicati nella tabella 3 dell’allegato B della legge
n. 7/2013, viene considerata “attività di restauro di beni culturali mobili e superfici decorate di beni
architettonici l’attività caratterizzante il profilo di competenza del restauratore di beni culturali,
secondo quanto previsto nell’allegato A del DM n. 86/ 2009”. Per converso “viene riconosciuta
soltanto l’attività di restauro effettivamente svolta dall’interessato, direttamente e in proprio ovvero
direttamente e in rapporto di lavoro dipendente o di collaborazione coordinata e continuativa o a
progetto, ovvero nell’ambito di rapporti di lavoro alle dipendenze di amministrazioni pubbliche
preposte alla tutela dei beni culturali, con regolare esecuzione certificata nell’ambito della procedura
di selezione pubblica.”

Tale definizione risulta formalmente più generica e flessibile rispetto a quella precedente prevista
dal comma 1-ter dell’art. 182, nella quale si parlava di “responsabilità diretta nella gestione tecnica
dell’intervento” e rispetto alla quale le stesse Linee Guida del Ministero (di cui alle circolari n. 35
del 12 agosto 2009 e n. 36 del 21 settembre 2009) avevano specificato che dovesse farsi riferimento
alla scelta delle metodologie, dei tempi e dell’esecuzione dell’intervento di restauro.

Tuttavia, la previsione attuale dell’art. 182 configura una soluzione molto più rigorosa e stringente
in quanto, al fine di individuare e riconoscere l’attività di restauro effettivamente e direttamente
svolta dall’interessato, occorre fare riferimento al profilo del restauratore di cui all’allegato A del
DM n. 86/ 2009 in base al quale vengono specificatamente individuate e definite le “attività
caratterizzanti il profilo di competenza del restauratore” fra le quali figurano, in sede di
individuazione dell’intervento:
− esame preliminare e progettazione;
− pianificazione degli interventi;
− perfezionamento in corso d’opera della progettazione esecutiva, definizione delle modalità
d’intervento, dei materiali, delle metodologie e delle tipologie degli operatori;
− direzione tecnica degli interventi;
− esecuzione degli interventi di conservazione;
− direzione dei lavori;
− collaudi tecnici;
− monitoraggio degli interventi svolti;
− documentazione, relazione finale, schede conservative.

Tale impostazione consente di affrontare e risolvere gli aspetti critici concernenti la
documentazione necessaria per comprovare l’attività svolta.

Documentazione idonea a comprovare lo svolgimento effettivo e diretto
dell’attività di restauro.

Ai sensi dell’art. 182, comma 1-quater, lettera b) viene riconosciuta l’attività di restauro
effettivamente e direttamente svolta dall’interessato, con regolare esecuzione certificata nell’ambito
della procedura di selezione pubblica, ed ai sensi della lettera c) del medesimo comma “l’attività
svolta deve risultare da atti di data certa emanati, ricevuti o anche custoditi” dall’autorità o dagli
istituti competenti, “formati in occasione dell’affidamento dell’appalto, in corso d’opera o al
momento della conclusione dell’appalto, ivi compresi atti concernenti l’organizzazione ed i rapporti
di lavoro dell’impresa appaltatrice”.

Tale definizione risulta nettamente innovativa rispetto alla precedente formulazione dell’art. 182 il
quale, nel prevedere comunque che l’attività di restauro dovesse essere corredata da “regolare
esecuzione certificata dall’autorità” (comma 1, lettera c)),ha disposto che il requisito della
responsabilità diretta nella gestione tecnica dell’intervento doveva risultare “esclusivamente da atti
di data certa emanati, ricevuti o anche custoditi” dall’autorità o dagli istituti competenti, e che i
competenti organi ministeriali dovessero rilasciare “agli interessati le necessarie attestazioni entro
trenta giorni dalla richiesta” (comma 1-ter, lettera b)).

Come noto la norma previgente ha provocato, in sede di attuazione, rilevanti criticità formali e
burocratiche evidenziate, in modo specifico, negli stessi provvedimenti ministeriali di attuazione
previsti dal medesimo art. 182, per l’accertamento dei requisiti utili per il riconoscimento diretto
della qualifica di restauratore ovvero per poter accedere alla prova di idoneità.

La questione ha trovato riscontro nel Decreto ministeriale n. 53/2009 e nei conseguenti
provvedimenti ministeriali, con particolare riferimento alla circolare 12 agosto 2009, n. 35,
contenente le “Linee guida applicative” attinenti alla compiuta attuazione dell’articolo 182, per la
corretta individuazione dei soggetti in possesso della qualifica professionale di restauratore di beni
culturali oppure della qualifica di collaboratore restauratore di beni culturali. Occorre, altresì, tener
presente il Bando unico di selezione pubblica per la presentazione delle domande e per la
dimostrazione dei requisiti da parte degli interessati (pubblicato il 25 settembre 2009 con la
previsione dell’obbligo di presentazione delle domande esclusivamente in via telematica entro il
termine perentorio del 31 dicembre 2009, prorogato più volte e poi sospeso in attesa del perfezionamento dell’iter parlamentare necessario alla revisione dell’art. 182 del Codice dei Beni Culturali, poi concluso con l’approvazione della Legge n. 7/2013).

Sul piano formale uno dei problemi di fondo che si è profilato riguarda le modalità di accertament dei requisiti concernenti l’attività di restauro effettivamente e direttamente svolta dai soggetti
interessati, da effettuare a distanza di molti anni dalla maturazione dei termini risalenti, in numerosi
casi, a periodi antecedenti al 2001, soprattutto tenendo conto del fatto che in numerose situazioni
non esiste o risulta solo parzialmente disponibile la documentazione necessaria a dimostrare la
qualità e consistenza degli interventi di restauro ed i ruoli ricoperti dagli operatori.

Tale aspetto si è rivelato particolarmente critico, in primo luogo, a causa dell’obbligo previsto
dall’originario art. 182 e ribadito dal D.M. n. 53/09, oltre che dalle Linee-guida, secondo cui era
necessario produrre la regolare esecuzione certificata dall’autorità preposta alla tutela dei beni o
dagli istituti competenti (in originale o in copia autentica) con il visto di buon esito dei lavori,
accompagnata, per i soggetti diversi dal titolare dell’impresa o dal direttore tecnico, anche dall’atto
del responsabile procedimento o del direttore dei lavori, da cui risultasse la posizione di
responsabilità diretta nella scelta delle metodologie, dei tempi e dell’esecuzione dell’intervento di
restauro.

In realtà occorre evidenziare che la redazione dei certificati di buon esito nella esecuzione dei lavori
è stata prevista solo a partire dal D.P.R. 25 gennaio 2000, n. 34, recante il regolamento per
l’istituzione di un sistema di qualificazione per gli esecutori dei lavori pubblici di cui alla legge n.
109/1994, e si è consolidata solo nel corso degli anni 2000 (come evidenziato anche da una
determinazione della stessa Autorità di vigilanza sui lavori pubblici del 3 aprile 2002, n. 6, tesa a
denunciare la diffusa negligenza delle stazioni appaltanti nella redazione dei certificati dei lavori),
comportando difficoltà talora insormontabili per gli operatori del restauro al fine di documentare la
certificazione di buon esito sull’attività svolta nei periodi pregressi.
A tale riguardo, la nuova formulazione prevista dal comma 1-quater, lettera b) (confermando la
precedente previsione) riconosce l’attività di restauro effettivamente e direttamente svolta
dall’interessato, con regolare esecuzione certificata nell’ambito della procedura di selezione
pubblica.
In primo luogo occorre prevedere che ai fini della certificazione della regolare esecuzione e
dell’attestazione di buon esito degli interventi eseguiti sono fatti salvi i certificati rilasciati prima
della data di entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica 25 gennaio 2000, n. 34.
In particolare, tale disposizione deve essere inevitabilmente coordinata con la normativa prevista al
riguardo, dal Codice dei contratti pubblici (D.lgs. n. 163/2006) che dispone, all’art. 197, che ai
contratti relativi ai beni culturali si applicano, fra l’altro, le disposizioni in materia di
programmazione, direzione ed esecuzione dei lavori (parte II, titolo III, capo I, del d.lgs.), tra le
quali l’art. 141, relativo al collaudo dei lavori, e con la normativa di cui al DPR n. 207/2010,
attuativo del Codice dei contratti pubblici, tra cui può assumere rilievo la relazione tecnicoscientifica prevista dall’art. 250.
In via specifica la lettera b) del comma 1-quater precisa che è riconosciuta l’attività di restauro
direttamente ed effettivamente svolta dall’interessato in proprio ovvero in rapporto di lavoro
dipendente o in forma di contratti di collaborazione coordinata e continuativa o a progetto. Per
converso la nuova formulazione prevista dal comma 1-quater, lettera c) ha opportunamente disposto
che “l’attività svolta deve risultare da atti di data certa emanati, ricevuti o anche custoditi”
dall’autorità o dagli istituti competenti, “formati in occasione dell’affidamento dell’appalto, in corso
d’opera o al momento della conclusione dell’appalto, ivi compresi atti concernenti l’organizzazione
ed i rapporti di lavoro dell’impresa appaltatrice”.

Al fine di applicare compiutamente il nuovo disposto di legge e di accogliere in modo coerente le
esigenze della Categoria si ritiene che, allo scopo di comprovare lo svolgimento dell’attività di
restauro sia necessario interpretare la norma in esame non solo sulla base della sua formulazione,
ma soprattutto secondo il suo significato sostanziale; in tal senso, oltre a fare riferimento agli “atti
di data certa emanati, ricevuti o anche custoditi” dall’autorità o dagli istituti competenti, si dovrebbe
fare riferimento, in senso alternativo, anche alle altre tipologie di “atti” “formati in occasione
dell’affidamento dell’appalto, in corso d’opera o al momento della conclusione dell’appalto, ivi
compresi atti concernenti l’organizzazione ed i rapporti di lavoro dell’impresa appaltatrice”: in
sostanza la norma dovrebbe essere letta ed applicata nel senso di accertare l’attività effettivamente
svolta in base ad “atti di data certa” i quali potrebbero risultare “emanati, ricevuti o anche custoditi”
dall’Autorità competente ma potrebbero anche essersi “formati in occasione dell’affidamento
dell’appalto” senza essere necessariamente emanati, ricevuti o custoditi dall’Amministrazione. 9

In base a tale lettura della norma sarebbe possibile offrire in modo legittimo ai soggetti interessati
una reale opportunità di comprovare lo svolgimento diretto ed effettivo degli interventi di restauro
svolti facendo riferimento non solo agli atti emanati, ricevuti o custoditi dall’Amministrazione, ma
anche ad altri atti formati in occasione dell’affidamento dell’appalto.
Al fine di procedere alla verifica della correttezza dei lavori svolti ed al ruolo svolto dal singolo
soggetto interessato nell’ambito dei lavori eseguiti, occorre fare riferimento, dunque, ad un
complesso di mezzi documentali scaturenti dall’appalto. Sotto tale profilo si ritiene necessario
preliminarmente chiarire che spesso non è possibile individuare attraverso qualsiasi
documentazione esistente e legalmente valida e ammissibile ai sensi della novellata normativa il
ruolo svolto dal singolo candidato nell’ambito del lavoro eseguito e, quindi, chi abbia
materialmente eseguito il lavoro. Ne consegue che, in base alla documentazione disponibile e
qualora necessario, occorrerà in tale ipotesi procedere operando un’attenta valutazione dell’attività
lavorativa del candidato, tenendo anche conto della prassi del mercato del lavoro nel comparto del
restauro.

Nei casi in cui le informazioni in possesso dell’interessato non fossero tutte complete, soprattutto
nei casi del ruolo del coadiuvante familiare, spesso presente nelle ditte di restauro (moglie, marito,
fratelli, sorelle…), di lavoro parasubordinato o di scioglimento e/o di non reperibilità della società
per cui si è eseguito il lavoro, si dovrebbe procedere, là dove possibile e solo in presenza di
riferimenti documentali prodotti dall’interessato comprovanti legalmente il rapporto di lavoro
intercorso, all’integrazione dei dati da parte dell’amministrazione competente.

Esempi di atti che possono (in diversa misura) assumere rilevanza:
in ordine alla titolarità della ditta appaltatrice dei lavori di restauro ed alla posizione di
direttore tecnico dell’impresa stessa: dati del certificato di iscrizione alla C.C.I.A.A.;
attestazione della SOA; atto costitutivo e statuto dell’impresa; provvedimento di
aggiudicazione o affidamento dell’appalto; contratto di appalto; verbale di consegna lavori;
autorizzazione ad eseguire interventi di restauro su beni culturali di proprietà privata;
in ordine alla posizione lavorativa nei confronti dell’impresa: estratto del libro matricola,
contratto di lavoro in rapporto di lavoro dipendente, contratto di collaborazione o lettera di
incarico aventi data certa. Un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa ovvero a
progetto; l’interessato, pur non rivestendo il ruolo di direttore tecnico, comunque ricopriva
un ruolo sostanzialmente riconducibile alle competenze indicate dall’allegato A del D.M.
86/2009 (comunque, a questo proposito, basta dare un’occhiata alle competenze
professionali del restauratore per rendersi conto che l’esecuzione dell’intervento di restauro
non si esaurisce solo nel lavoro manuale, pur fondamentale e da un certo punto di vista
preponderante, ma si esplicita e raggiunge la sua completezza in un complesso insieme di
abilità: esame preliminare; progettazione; documentazione e divulgazione; ricerca e
sperimentazione, ecc.);
in generale: una relazione ispettiva, un ordine di servizio, un verbale di collaudo, un
consuntivo tecnico-scientifico, in cui si faccia menzione dell’interessato e del ruolo
ricoperto nel lavoro; una comunicazione informativa sullo stato dei lavori, una richiesta di
chiarimenti o istruzioni trasmesse dall’interessato (atto ricevuto dall’amministrazione); una
pubblicazione, o qualsiasi altro documento assunto al protocollo della amministrazione
pubblica competente, che dia conto dell’attività svolta dall’interessato.

Ancora più specificamente per il restauratore artigiano si ritiene possibile accertare:
− se le imprese appaltatrici erano imprese edili (lavori classificati o classificabili in OG2) e,
in quest’ambito, se il contratto di sub-appalto era datato ed aveva in oggetto l’esecuzione di
lavori di restauro specialistico, che andavano oltre le competenze dell’edilizia, e/o erano
eseguiti da un’impresa iscritta ad un altro settore, che applicasse altri contratti Artigiani (ad
es. Artigiani Legno o atro);
− se le fatture emanate in sub-appalto dall’esecutore restauratore erano (ovviamente) datate ed
avevano come oggetto la descrizione di lavori di restauro specialistico localizzati in quel
determinato luogo, su quel determinato bene culturale;
− se non esisteva un contratto di sub-appalto, ma solo un preventivo; se il preventivo era
datato ed aveva un riferimento certo, e sono seguite fatture collegate più o meno
chiaramente a quel preventivo di restauro sul bene culturale;
− se esiste una documentazione fotografica o relazione relativa a quell’intervento;
− se si può esibire una dichiarazione, firmata dal direttore dei lavori o dal responsabile della
ditta appaltatrice da cui si era in subappalto o dal committente, tutti gli atti da parte della
proprietà ( privata) del bene o da chi ha commissionato l’opera ( es. ente ecclesiastico), che
il restauratore aveva lavorato in proprio e con responsabilità diretta.

Al riguardo si ritiene che il Ministero debba aver cura di accertare, anche attraverso la
comparazione degli atti risultanti dalle diverse esperienze lavorative e l’ordine cronologico delle
stesse, l’esatto ruolo in esse ricoperto dal candidato in quanto non sempre l’inquadramento
assegnato al ruolo subordinato, o la definizione del progetto o dell’incarico, corrisponde
“all’effettivo ruolo” ricoperto dal candidato nell’ambito del lavoro eseguito. La dichiarazione del
legale rappresentante dell’impresa o del direttore tecnico ufficialmente preposto, in merito al ruolo
svolto dall’interessato se dal punto di vista della rilevanza del documento legale, potrà essere tenuto
in conto in modo residuale, potrà però ragionevolmente supportare nella valutazione e nella
ricostruzione del singolo curriculum anche in base ai dettami dell’articolo 5 del D.M. 420/2001
(modifica del D.M. 294 del 2000) in riferimento all’idoneità organizzativa dell’impresa che operi in
OS2.

Al fine di accertare il ruolo svolto da ogni soggetto interessato nello svolgimento degli interventi di
restauro si ritiene che possano essere considerate tuttora valide le Linee-guida del Ministero sopra
richiamate, ove le stesse intendono affrontare le rilevanti difficoltà provocate dall’obbligo di
indicare puntualmente, ed eventualmente documentare, gli atti da cui risulti il requisito della
responsabilità diretta nella gestione tecnica degli interventi di restauro, i quali – benché secondo la
norma debbano essere “emanati, ricevuti o comunque custoditi dall’autorità preposta alla tutela
del bene oggetto dei lavori o dagli istituti” competenti (come le iscrizioni camerali; le certificazioni
SOA; gli atti di aggiudicazione; il contratto di appalto; la consegna lavori; le posizioni lavorative; i
verbali di collaudo; l’informativa sullo stato lavori; le relazioni ispettive ed altro, come evidenziato
nella circolare del Ministero n. 35/09, punto 5.2.2) – tuttavia non sono realmente disponibili negli
archivi delle Amministrazioni oppure sono carenti ed incompleti, con il rischio di pregiudicare il
riconoscimento legittimo dei requisiti in capo agli interessati.
Anche a tale riguardo si ricorda che le stesse Linee-guida del Ministero hanno voluto
opportunamente chiarire che, poiché è verosimile che, soprattutto per il periodo antecedente al 2002
simili atti non esistano o siano andati perduti, l’attestazione dell’Amministrazione pubblica sullo
svolgimento dell’attività di restauro potrà essere rilasciata anche utilizzando “presunzioni logiche”
idonee ad integrare la scarsa documentazione disponibile, o per sopperire alla mancanza di atti
incompleti, perduti o irreperibili negli archivi, anche ammettendo il ricorso alla memoria del
funzionario, vale a dire ad un ricordo certo e diretto che consenta di attestare l’avvenuto
smarrimento, la distruzione o, comunque, la indisponibilità dei documenti e delle circostanze da lui
direttamente conosciute (in tal senso la circolare, ai punti 5.2.2 e 5.2.3, sottolinea l’esigenza di
fornire documenti univoci e significativi da parte dell’interessato per la ricostruzione della sua
posizione lavorativa e richiama i dirigenti pubblici a fornire valutazioni con estrema attenzione e
rigore).

Inoltre, per converso sarebbe utile confermare le Linee Guida ove le stesse abbiano espressamente
previsto che gli Uffici competenti sono tenuti a verificare “ora per allora” la corretta esecuzione
degli interventi conservativi e di restauro per i lavori precedenti carenti di certificazione, anche
ricorrendo alle presunzioni logiche; in effetti, si ritiene che tali indirizzi debbano essere
espressamente ribaditi in modo da risultare vincolanti per le Amministrazioni destinatarie e da
evitare che i soggetti interessati possano rimanere esposti al rischio di un rifiuto ingiustificato,
nonché all’inerzia (che si traduce in silenzio-rifiuto) dell’Amministrazione stessa. Pertanto, si
impone di conferire certezza sia alla posizione dei soggetti aspiranti al riconoscimento della
qualificazione, sia alle funzioni di accertamento delle Amministrazioni competenti prevedendo
espressamente un criterio di valutazione che sia mirato, in primo luogo, a far salve le eventuali
certificazioni rilasciate prima della data di entrata in vigore del D.P.R. n. 34/2000.

Pertanto, anche in questa situazione, considerata la sfera di discrezionalità propria delle
Amministrazioni competenti, al fine di evitare che i soggetti interessati subiscano il rischio di rifiuti
ingiustificati da parte dell’Amministrazione, risulta necessario definire con certezza sia la posizione
legittima dei soggetti medesimi, sia la giusta potestà di accertamento delle Amministrazioni stesse
ribadendo espressamente un criterio di valutazione che sia mirato a stabilire che le medesime
Amministrazioni competenti, in motivati casi di carenza di documentazione, sono tenute a
ricostruire gli atti richiesti sulla base dei documenti, anche di provenienza privata fra quelli
indicati dalla norma (comprendendovi l’eventuale documentazione fiscale disponibile), forniti dagli
interessati che siano idonei a costituire elementi di prova dell’effettiva partecipazione ad un dato
intervento di restauro, ovvero a verificare la corretta esecuzione degli interventi svolti e la
ricognizione delle verifiche effettuate a suo tempo, anche ricorrendo a presunzioni logiche.

Imprese artigiane. Valutazione documentale

Dal punto di vista documentale, il caso di più agevole valutazione appare quello in cui l’interessato
al riconoscimento della qualifica professionale sia artigiano, titolare di ditta individuale che (quale
aggiudicataria della gara o affidataria diretta a trattativa privata, ovvero subappaltatrice autorizzata
nel caso dei lavori pubblici, oppure appaltatrice scelta dal proprietario privato di beni) abbia
eseguito direttamente i lavori, o il caso di restauratori appartenenti a società artigiane (cooperative e
consorzi di imprese individuali di restauro).

Per quanto concerne le forme societarie artigiane, per il riconoscimento dell’attività svolta in
situazioni di affidamenti complessi dal punto di vista quantitativo (ad es. in settori diversi), deve
essere sufficiente che ogni socio restauratore (non amministrativo o altro) abbia operato come
responsabile in concreto, degli appalti affidati ed eseguiti dall’impresa, con un ruolo di autonomia
decisionale e operativa e con “responsabilità diretta”, di volta in volta anche in modo
intercambiabile, anche nello stesso intervento complesso di restauro, con gli altri soci restauratori; a
tal fine ne possono far fede “…atti concernenti l’organizzazione ed i rapporti di lavoro dell’impresa
appaltatrice…”.

La legge in quest’ambito (L. n. 443/1985 e successive modificazioni) prevede:
− Società in Nome Collettivo (S.n.c.): la maggioranza dei soci, ovvero uno nel caso di due
soci, deve svolgere in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo;
− Società in Accomandita Semplice (S.a.s.): ciascun socio accomandatario, deve esercitare
personalmente e professionalmente l´attività artigiana, svolgendo in misura prevalente il
proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo;
− Società a responsabilità limitata con socio unico (S.r.l.): il socio unico deve esercitare
personalmente e professionalmente l´attività artigiana, svolgendo in misura prevalente il
proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo;
− Società a responsabilità limitata pluripersonale (S.r.l.): la Società a Responsabilità Limitata
pluripersonale, che comunichi l’iscrizione all’Albo delle Imprese Artigiane, deve possedere i
seguenti requisiti: la maggioranza dei soci deve essere costituita da soci artigiani che
svolgono in prevalenza il lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e
detengono la maggioranza del capitale e degli organi deliberanti.

Cronoprogramma di inserimento nell’Elenco.

La selezione pubblica prevista dall’art. 182 riguarda indistintamente tutti gli operatori “in fase
transitoria” che ne abbiano i requisiti, senza corsie preferenziali per alcuno. Occorre evitare tempi di
inserimento differenziati onde eludere un ingiusto privilegio nei confronti di determinati soggetti:
in tal senso un inserimento nell’Elenco che comprendesse inizialmente solo i restauratori usciti
dalle istituzioni già accreditate, unici nominativi inseriti (fino al 2015, quando sarà completata la
verifica dei punteggi di tutti gli altri), significherebbe, per la maggioranza, una forte limitazione alla
possibilità d’eseguire interventi di manutenzione e restauro su beni culturali pubblici e non solo.
Una simile prospettiva comporterebbe:
− l’impossibilità di dimostrare la qualificazione delle imprese, certificata esclusivamente dalla
presenza in organico dei restauratori;
− l’impossibilità dell’affidamento personale di interventi conservativi, anche ai fini delle
disposizioni del ‘Codice dei contratti pubblici’ e dei regolamenti attuativi che, a vario titolo,
considerano i restauratori in relazione alle varie fasi di progettazione, esecuzione, collaudo
degli interventi;
− infine l’impossibilità di attivare rapporti personali di lavoro con le imprese del settore (che
devono far valere detti rapporti ai fini della qualificazione agli appalti pubblici).
In sostanza il rischio della pubblicazione di elenchi in tempi differenti, dapprima con soli diplomati
SAF (che appaiono gli unici, ad oggi, qualificabili ope legis), consiste nella possibilità di creare
ulteriori blocchi al mercato, posto che – allorquando anche un solo soggetto ottenesse il
riconoscimento della qualifica con l’inserimento in elenco – il mercato stesso si dovrebbe adeguare,
rivolgendosi unicamente a soggetti abilitati ed escludendo tutte quelle imprese presenti in diverse
realtà del territorio nazionale che già operano in maniera qualificata fin dalla precedente scadenza.

Si potrebbe originare un’ulteriore incongruenza tra i professionisti iscrivibili nell’elenco nazionale e
le imprese qualificate S.O.A. in quanto quest’ultima attestazione, attualmente, prescinde dalla
presenza, nell’organico dell’impresa, di Restauratori qualificati dal Ministero. 13
Infine, una pubblicazione degli elenchi ministeriali in tempi diversi, precluderebbe la possibilità di
accesso all’insegnamento a quelle persone che potrebbero offrire agli Istituti abilitati quelle
competenze, esperienze e novità che il mercato del Restauro Italiano ha globalmente da offrire, così
come previsto dal D.M. 87/2009, concernente la definizione dei criteri e livelli di qualità cui si
adegua l’insegnamento del restauro.

Riconoscimento della documentazione pregressa

Si richiede in primis l’accettazione delle domande di accreditamento, in particolare delle
certificazioni, delle documentazioni, e delle copie degli “…atti di data certa emanati, ricevuti o
anche custoditi dall’autorità preposta alla tutela del bene oggetto dei lavori o dagli istituti di cui
all’articolo 9 del decreto legislativo 20 ottobre 1998, n. 368, formati in occasione dell’affidamento
dell’appalto, in corso d’opera o al momento della conclusione dell’appalto”, già complete e inviate
per via telematica al Ministero, come richiesto dal precedente Bando e presentate per il
riconoscimento della qualifica di restauratore.

Rimanendo ferma l’imprescindibile esigenza di parità di trattamento tra i soggetti aspiranti, di
razionalità dei procedimenti e di buona organizzazione e di modulistiche uniformi, sarà quindi utile,
per agevolare e velocizzare la riapertura della procedura di selezione, dare la possibilità di allegare
anche le attestazioni già rilasciate dalle Soprintendenze per non disperdere informazioni che
potrebbero, seppur in modo limitato, aiutare nella ricostruzione e nelle presunzioni logiche con cui
dovranno essere valutati i singoli curricula. Al riguardo si osserva che, dall’inizio dei lavori di
modifica della legge ad oggi, alcune Amministrazioni competenti hanno già provveduto ad attestare
la responsabilità diretta e la durata temporale di interventi di restauro eseguiti da parte di
professionisti del territorio. Per non vanificare una simile mole di lavoro e di risorse, si propone il
recupero e l’utilizzo dei documenti visionati ed elaborati fino ad oggi dalle amministrazioni
provinciali, permettendo così una profonda accelerazione nella valutazione del Ministero.

È necessario poi che sia data la possibilità di riaprire le domande già presentate, per poter
aggiornare la documentazione allora inviata alle modifiche introdotte dalla legge del 14 Gennaio
2013 n. 7. Ovviamente occorre riaprire i termini per la presentazione anche per chi, non avendo i
requisiti previsti allora, ha addirittura rinunciato a presentare richiesta e per chi nel frattempo ha
maturato i requisiti.

Prova di idoneità

In merito alla prova di idoneità occorre evidenziare che la nuova formulazione dell’art. 182, comma
1-quinquies, ha stabilito che i soggetti che abbiano acquisito la qualifica di collaboratore
restauratore di beni culturali possano acquisire la qualifica di restauratore “previo superamento di
una prova di idoneità con valore di esame di Stato abilitante, secondo le modalità stabilite con
decreto del Ministro di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca da
emanare, d’intesa con la Conferenza unificata (con il medesimo decreto sono stabilite le modalità
per lo svolgimento di una distinta prova di idoneità cui possono accedere coloro i quali abbiano
conseguito la laurea o il diploma accademico di primo livello in Restauro delle accademie di belle
arti, nonché la laurea specialistica o magistrale ovvero il diploma accademico di secondo livello in
Restauro delle accademie di belle arti, attraverso un percorso di studi della durata complessiva di
almeno cinque anni).

In sostanza tale norma si è limitata a prevedere il “superamento di una prova di idoneità” senza
definire alcun criterio concernente le modalità di svolgimento della prova medesima ed incorre,
pertanto, nelle medesime criticità riscontrate in occasione dell’attuazione della precedente
previsione dell’art. 182, comma 1-bis, che si limitava a prevedere il “superamento di una prova di
idoneità con valore di esame di stato abilitante, secondo modalità stabilite con decreto del Ministro
da emanare di concerto con i Ministri dell’Istruzione e dell’Università e della Ricerca”.

Entrando nel merito della materia, occorre richiamare l’attenzione sul D.M. n. 53/2009 concernente
le modalità di ammissione e di svolgimento della prova di idoneità utile all’acquisizione delle
qualifiche di restauratore e di collaboratore restauratore, che ha adottato criteri ingiustificatamente
rigidi e restrittivi da cui emergono alcuni vizi che si possono ravvisare nei seguenti aspetti:

- in primo luogo si prevede che la prova di idoneità abbia luogo una sola volta in una unica
sessione attuando il disposto della norma transitoria in modo ingiustificatamente restrittivo
(dato che la norma pone un riferimento indeterminato al “superamento di una prova di idoneità
con valore di esame di stato abilitante” e non già ad “una” prova di numero); in tal senso il
provvedimento del Ministero si pone in netto contrasto con le legittime aspettative dei
candidati, portatori di un forte e qualificato interesse legittimo a poter contare su più di una
sessione per dimostrare il possesso delle necessarie competenze professionali;

- inoltre il Decreto dispone che per superare la prima prova scritta si debba dare risposta ad un
test articolato in cento quesiti a risposta multipla in sessanta minuti, imponendo delle modalità
basate su automatismi stringenti da svolgere in tempi eccessivamente ridotti, che, anche
considerando i margini di errore spesso provocati dalla formulazione criptica dei quesiti o da
altri fattori (quali la tensione e la mancanza di abitudine a trattare sotto forma di test argomenti
complessi di teoria e conoscenza scientifica che invece richiedono riflessione e
concentrazione), compromettono seriamente la possibilità di valutare in modo critico le
competenze professionali dei candidati venendo meno all’autentico obiettivo delle prove di
idoneità;

- per converso risulta ingiustificata la previsione drastica in base alla quale l’eventuale esclusione
da una prova comporti la perdita del diritto a sostenere l’esame, in quanto, anche sotto tale
profilo, l’impostazione del Decreto sembra mirata prevalentemente ad eliminare con forme di
automatismo i candidati anziché offrire loro una reale possibilità di dimostrare il possesso di
adeguate competenze professionali;

- sotto ulteriore profilo il Decreto, ai fini delle prove di progettazione e di esecuzione degli
interventi su manufatti, delinea alcuni ambiti di competenza troppo vasti che comprendono in
sé categorie di materiali, manufatti e strumenti nettamente eterogenee (come ad esempio
materiali lignei, tessili e sintetici, o ceramici e vitrei con metalli e leghe, o ancora materiali
cartacei e pergamenacei con materiali fotografici, cinematografici e digitali) che non
corrispondono ai profili di specializzazione tecnica e settoriale coltivati dai restauratori
esponendo i candidati al rischio di dover sostenere le prove in settori anche totalmente estranei
a quelli rispetto ai quali hanno maturato la propria specializzazione;

- altresì occorre evidenziare che alcune categorie di manufatti, materiali e strumenti non sono
neppure state contemplate dal Decreto, come ad esempio gli ambiti relativi ai liutai, agli
organai, ai campanari, tutti riuniti nell’ambito della categoria non realistica dei restauratori
degli strumenti musicali. 15

Sotto altro profilo si potrebbe ravvisare un vizio di eccesso di potere in quanto la P.A.,
comprimendo in misura ingiustificata il diritto dei candidati a partecipare alle prove, avrebbe
adottato una misura talmente restrittiva da risultare sproporzionata rispetto al fine da perseguire –
vale a dire l’accertamento delle reali conoscenze professionali e specialistiche del candidato – tenuto
conto delle legittime aspettative dei candidati; in tal senso il Ministero avrebbe adottato una
discrezionalità più ampia rispetto a quella rientrante nella propria potestà ed il provvedimento
sarebbe in contrasto con il principio della ragionevolezza e congruità.
Sulla base di quanto argomentato occorre superare il rischio che si possano riproporre i vizi e gli
inconvenienti già emersi dal D.M. n. 53/2009, stabilendo alcuni criteri relativi all’impostazione ed
ai contenuti delle prove di idoneità, cui il futuro nuovo Decreto ministeriale dovrebbe conformarsi.

In tal senso è necessario prevedere che la prova di idoneità abbia luogo in sessioni successive a
cadenza annuale e si articoli nella progettazione e nella esecuzione di interventi di restauro su
manufatti suddivisi in ambiti omogenei secondo modalità atte ad accertare le competenze tecniche
e professionali dei candidati.

In particolare possiamo ipotizzare che una prova cumulativa da superare all’ingresso, con quiz ed
elaborazione di una scheda tecnica (comunque lo schema teorico della prova è quello descritto nel
D.M. n. 86/2009), seguita da una seconda prova (una prova pratica sarebbe il modo più completo
per verificare anche la manualità dei candidati, soprattutto di formazione artigiana), basata su un
approfondito progetto di restauro e manutenzione dell’oggetto nel tempo, con particolari tecnici,
diagnostica e modalità d’uso dei materiali di restauro, ecc., potrebbero essere sufficienti per
classificare il candidato. Necessita comunque un accorpamento per settori omogenei in base alla
classificazione dei corsi svolti, o per attività pratica prevalente.

In questa prima fase, sarebbe opportuno che il Ministero avviasse preliminarmente i complessi
adempimenti organizzativi necessari all’effettuazione della prova di idoneità, come previsto dalla
Legge 14 gennaio 2013, n. 7, rivolta a coloro che non raggiungono il punteggio sufficiente per
ottenere la qualifica ope legis in fase di selezione e/o direttamente al momento dell’iscrizione alle
procedure di valutazione dei titoli.

Sotto altro profilo occorre evidenziare come, in attesa dell’avvio a regime dell’organizzazione dei
nuovi corsi di abilitazione alla professione e del rilascio del primo ciclo dei nuovi diplomi a livello
di laurea magistrale (che potrà arrivare fino al 2005), sia indispensabile prevedere la ripetizione
delle sessioni di esame in via transitoria al fine di tutelare anche la posizione di quei soggetti che
abbiano avviato lo svolgimento professionale dell’attività di restauro ovvero abbiano iniziato a
frequentare corsi di formazione e di diploma per l’attività di restauro, ma che tuttavia non abbiano
ancora maturato per intero i requisiti previsti dalla norma transitoria: in tal senso si ritiene
necessario riconoscere a questi soggetti la possibilità di far valere le esperienze professionali svolte
ed i periodi formativi frequentati nel frattempo per accedere alle successive prove di idoneità.

Tale possibilità sarebbe indispensabile per evitare che, in attesa del varo a regime del nuovo sistema
di abilitazione professionale, si venga a precludere drasticamente a tutti gli operatori in attività ed a
tutti i soggetti che stiano frequentando appositi corsi di diploma, ogni possibilità di vedersi
riconosciuta l’esperienza gradualmente maturata e la formazione acquisita, creando al contempo
una grave e dannosa paralisi nell’offerta di nuovi restauratori. 16

In definitiva la proposta che si rappresenta intende definire alcuni princìpi concernenti lo
svolgimento delle prove di idoneità, da effettuare in sessioni periodiche successive fino alla
definitiva entrata in vigore a regime del nuovo sistema di abilitazione professionale di livello
universitario, previsto dall’art. 29 del Codice del restauro e disciplinato dal Decreto Ministeriale 26
maggio 2009, n. 86, per le qualifiche di restauratore, di collaboratore restauratore e delle altre figure
che svolgono attività complementari e di conservazione, ai fini di consentire a quanti
progressivamente maturino i requisiti richiesti di accedere alle prove di esame e, soprattutto, di
accertare effettivamente le reali competenze tecniche e professionali dei candidati.

Equipollenza dei titoli esteri

È necessario indicare una procedura chiara ed univoca da seguire per il riconoscimento
dell’equipollenza vista la forte presenza che vi è in questo campo di titolari di imprese artigiane e di
dipendenti stranieri, il problema riguarda un rilevante numero di soggetti che da tempo opera in
Italia.
Per il riconoscimento dell’equipollenza serve l’emanazione di un apposito decreto di
riconoscimento emanato dal Ministero interessato per competenza. Per ottenerlo viene richiesta la
compilazione di un’apposita domanda, con traduzione giurata e dichiarazione di valore in loco da
parte dell’ambasciata italiana competente per territorio.
Poiché nel nostro caso, il soggetto che riceve la domanda di riconoscimento della qualifica di
restauratore è lo stesso che dovrebbe ricevere la domanda di equipollenza (il ministero dei Beni
Culturali) riteniamo necessario prevedere che il riconoscimento di equipollenza di un titolo di
studio estero, possa essere richiesto direttamente all’interno della domanda di restauratore, evitando
quindi una duplicazione di atti e di richieste.

Analoga soluzione va individuata, anche per la documentazione dei lavori effettuati all’estero, per
la quale riteniamo evitabili altre richieste (traduzioni ufficiali ecc.) oltre all’allegato del documento
originario, soprattutto se questo è redatto in una delle lingue ufficiali della UE.

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