Pompei: valorizzata più all'estero che in Italia. Necessario un esame di coscienza

27.12.2013 19:19

La cultura italiana è molto apprezzata all’estero e, a differenza di quanto fa il Belpaese, altrove viene sapientemente promossa, valorizzata e sfruttata con tornaconti economici non indifferenti. Un esempio recente è la grande esposizione che il British Museum ha dedicato a Pompei, traendone anche un film da tutto esaurito.

Se un prodotto italiano viene venduto all’estero e ha successo, non possiamo che esserne felici: è la prova più evidente che il tanto citato “made in Italy” continua ad affascinare il mondo intero. Ma se questo principio viene applicato ai beni culturali che abbiamo a due passi da casa e che, una volta varcati i confini italiani, riescono a riscuotere un successo straordinario, al piacere subentra un giustificato fastidio, perché quel patrimonio culturale immenso che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello viene valorizzato come si deve solo all’estero.

Gli inglesi lo sanno bene: dal 28 marzo al 29 settembre scorso il British Museum ha ospitato la famosa mostra – evento “Life and death in Pompeii and Herculaneum”, organizzata in stretta collaborazione con la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Una scelta necessaria, considerando che i reperti esposti sono stati presi in prestito, in larga parte, dalle collezioni partenopee. O meglio, dai magazzini e depositi dei musei napoletani… E già qui il senso di fastidio inizia a crescere, se si pensa al valore potenziale inespresso di questi reperti che giacciono in sotterranei bui e polverosi e che solo raramente riescono a vedere la luce.

La mostra di Londra è andata subito sold out, prima ancora di iniziare. Nei primi tre mesi di esposizione, i visitatori sono stati quasi 300.000: un numero che la stragrande maggioranza dei musei italiani fatica a raggiungere nel corso di un anno. Incassi totali: poco più di 10 milioni di euro, molti dei quali ricavati dagli innumerevoli prodotti venduti nel bookshop. Si tratta di un bottino che, secondo alcuni, sarebbe addirittura maggiore rispetto alle previsioni indicate nel budget che ha accompagnato l’organizzazione della mostra. E così, mentre in Italia i resti di Pompei cadono a pezzi, all’estero quegli stessi reperti vengono valorizzati nel migliore dei modi, esaltati da un allestimento tanto semplice quanto geniale, tale per cui il visitatore aveva l’impressione di entrare in una vera e propria villa romana.

Il successo è stato grande e il British Museum ha voluto sfruttarlo in pieno, preparando anche un film documentario dall’emblematico titolo “Pompei dal British Museum”, in cui vengono raccontati i momenti salienti delle attività di ricerca e organizzazione della mostra, con una spiegazione puntuale dei reperti più interessanti in mostra e con tanto di effetti speciali, ricostruzioni virtuali e attori. Dal museo al cinema, per enfatizzare il ruolo multidisciplinare della cultura… E per raggiungere un nuovo straordinario successo: il film, trasmesso in oltre 1000 cinema di 51 paesi, è arrivato in Italia il 25 novembre e doveva rimanere nelle sale fino al giorno successivo. Ma molti cinema hanno scelto di prolungare la visione di qualche giorno, considerando il forte seguito da parte degli italiani e gli incassi ragguardevoli che sono stati registrati in appena due giorni. Una prova convincente del fatto che anche il pubblico italiano è sensibile alla propria cultura: tutto sta nei modi in cui si sceglie di presentarla.

Il caso del British Museum porta a una conclusione facile e scontata: gli inglesi sanno valorizzare il patrimonio culturale (anche altrui) meglio di noi. E sanno soprattutto trasformarlo in una fonte di reddito, senza farsi problemi sull’etica dei grandi eventi e senza cadere nelle trappole verbali dei puristi della cultura, quelli che vorrebbero solo un intervento pubblico nella gestione dei beni culturali italiani (per inciso, la mostra di Londra è stata sponsorizzata da Goldman Sachs).

Ma, a uno sguardo più approfondito, pare che gli inglesi non siano i soli a saper gestire nel migliore dei modi i beni culturali italiani… Dopo il successo di Londra, anche la città di Monaco di Baviera ha deciso di cavalcare l’onda dell’interesse suscitato da Pompei, organizzando la mostra “Pompei. Vita sul vulcano”, con 260 reperti provenienti dall’area archeologica che tutto il mondo ci invidia. Aperta il 15 novembre e visitabile fino al 23 marzo, anche questa mostra promette di fare cifre ragguardevoli, considerando che la prestigiosa sede che la ospita, la Kunsthalle der Hypo Kulturstiftung, viaggia intorno alla media dei 300.000 visitatori per ogni evento organizzato. E il fascino di Pompei lascia ben sperare sul raggiungimento di questo obiettivo.

Altro paese, stessa sensazione di fastidio… In Spagna, precisamente a Madrid, la Casa del Lector sta ospitando una mostra sulla Villa dei Papiri di Ercolano, altra straordinaria meraviglia che all’estero ci invidiano in tanti. La mostra, inaugurata il 17 ottobre, resterà aperta fino al 23 aprile, ma nelle prime settimane ha registrato, ancora una volta, numeri di tutto rispetto: 30.000 visitatori nel primo mese di apertura. I motivi del successo? Orari di apertura allungati (la mostra è aperta fino alle ore 22), allestimenti originali e coinvolgenti, meraviglia dei pezzi esposti (anche in questo caso provenienti in larga parte dall’area partenopea).

Dobbiamo quindi pensare che inglesi, tedeschi e spagnoli sono più bravi degli italiani nella gestione e valorizzazione dei beni culturali? La risposta è si, bisogna ammetterlo senza se e senza ma, facendo anche un esame di coscienza se necessario. Ma proprio da queste considerazioni deve partire un nuovo riscatto, un nuovo modo di concepire la gestione dei beni culturali in Italia, con il coraggio di aprirsi ai privati in modo serio, perché l’estero ci insegna che è un modello che funziona, che piace al pubblico e che garantisce ai musei delle buone entrate in termini economici. Quanto ancora bisognerà aspettare?

 

Fonte: tafter

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