Philippe Daverio: " “La rivoluzione? deve partire dal sud, per una vera rinascita culturale di tutta l'Italia” .

27.01.2016 10:04

 

“La rivoluzione? Ci credo ancora”. Parola di Philippe Daverio. “E - aggiunge - deve partire dal sud, per una vera rinascita culturale di tutta l'Italia”. Il professore e critico d’arte sarà nel salone d’Ercole del Palazzo Reale venerdì alle 16.30, per inaugurare la serie di “Appuntamenti con Murat”. Gli incontri, organizzati dal Polo museale e dalla Soprintendenza assieme al Consolato francese, sono dedicati alla fine delle celebrazioni del bicentenario dalla morte di Gioacchino Murat, generale di Napoleone e re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro nel 1815. L’intervento di Daverio verterà su “Cos’è la rivoluzione?” (info 081 575 2524). Seguirà, alle 18, un approfondimento su “Monsù, la cucina al tempo di Murat”, con Fabrizio Mangoni di Santo Stefano. 

Professor Daverio, parlerà di rivoluzione nella città delle rivoluzioni perdute.
“Motivo in più per farlo. Una speranza tradita: il popolo di Napoli si ribella, ma tutto poi torna come prima. Come in una sorta di Gattopardo. Masaniello nel 1647, i giacobini nel 1799: Sembrano appartenere ad un passato remoto, ma sono fondamentali per comprendere la situazione oggi. È soprattutto dalla controrivoluzione borbonica dopo la Repubblica Napoletana che si viene a plasmare una parte della mentalità depressiva del sud”. 

Tutta colpa dell’arretratezza del Regno di Napoli?
“Per carità. L’idea della Spagna vista come il diavolo è una tesi manzoniana: un’altra accusa denigratoria del nord verso il sud. Che poi si trasformerà in antimeridionalismo. Napoli era una capitale fiorente, nelle arti e nelle opere: ben più ricca del Piemonte. Va da sé che dopo la Restaurazione cambia tutto. E nasce il contagioso germe della rassegnazione italica. Parte la dicotomia tra nord e sud: l’uno si fa rivoluzionario, l’altro reazionario”.

Questo accadeva 150 anni anni fa, però.
“Nella storia delle società equivale a ieri mattina. Si tratta di elementi sintomatici, che però meritano una riflessione. C’è grande necessità di un revisionismo di tutta questa era, prima di andare avanti. Io, per “dovere di famiglia” credo ancora nella rivoluzione (un mio parente, Francesco Daverio, è stato tra i fautori delle Cinque Giornate di Milano). E se deve esserci, deve partire proprio da Napoli e dal sud. Affidandola agli intellettuali, agli “optimates”. Così che possa puntare sulla cultura. Appoggio l’idea di pensiero di “Save Italy”, la quale sostiene che il nostro Paese si salverà soltanto con grandi investimenti culturali, i primi nel meridione”. 

Con la cultura si può mangiare, quindi?
“Basta l’esempio napoletano del mio compianto amico Giannegidio Silva alla vostra metropolitana, per capire quanto l’arte possa fare la differenza anche nel posto più pratico del mondo. E si può anche  ricordare come quel grande guru di Nicola Spinosa dirigeva il sistema museale partenopeo, per farsi l’idea di un successo oggettivo. Gli ingredienti ci sono tutti: Napoli deve solo trasformare la sua tipica arroganza mediterranea in fierezza. Sono due cose totalmente diverse: la fierezza è obbligata alla verifica costante”.

C’è un monumento di Napoli che più le piace?
“Amo piazza del Plebiscito. Un grande simbolo di urbanistica moderna”.

Ma è un prodotto della Napoli “controrivoluzionaria”.
“Vero: è un caso virtuoso in cui l’arte della controrivoluzione sposa il percorso bonapartista rivoluzionario e neoclassico. Napoli è questo: un filo rosso che unisce il pensiero di Giambattista Vico col presepe di Caserta. Un cocktail che, del resto, ha reso grande re Carlo di Borbone, che portò una rivoluzione radicale in città. Ma io continuo ad amare di più suo figlio, Ferdinando IV. Odiato e bistrattato dalla storiografia filopiemontese, fu il primo a credere nella fisiocrazia, nel trionfo dell’agricoltura. Soltanto per la sua intuizione sull’importanza dei pomodori San Marzano e della mozzarella di bufala, meriterebbe un Nobel. Per la Pace, naturalmente: quante discussioni sono terminate davanti a un piatto di spaghetti?”.

di: Paolo De Luca

Fonte: repubblica

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