Nel tesoro archeologico di Sibari c’è il futuro della Calabria

04.08.2013 17:55

 

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Oggi ho visitato il Parco Archeologico di Sibari, per constatare di persona la situazione che, nel gennaio scorso, si è creata a causa dell’esondazione del fiume Crati, e che tanti cittadini, e non solo calabresi, mi avevano segnalato attraverso la posta elettronica e i social media.

Nell’esplorazione sono stato accompagnato dal deputato Enza Bruno Bossio; da Silvana Luppino, responsabile dell’area archeologica e dal sindaco di Cassano all’Ionio, Gianni Papasso. Tutti sono stati molto gentili e hanno dimostrato passione e determinazione che sono stato felice di poter contraccambiare con un po’ di studio, prima di arrivare in Calabria.

Il Parco Archeologico di Sibari costituisce un episodio importantissimo dal punto di vista storico-archeologico e culturale. Un’area che potrebbe non essere seconda a nessun’altra.

Di Sibari per secoli si conobbe soltanto quello che se ne poteva leggere nelle fonti antiche, che ne esaltavano ricchezza e potenza e ne descrivevano approssimativamente la posizione geografica. Ma nel 1932 avvenne che un contadino ritrovò, del tutto fortuitamente, il rocchio di una colonna classica. Un grande archeologo come Umberto Zanotti Bianco potè così cominciare gli scavi che avrebbero portato al disvelamento della bellezza di Sibari, i cui reperti sono conservati ed esposti nel Museo Nazionale della Sibaritide, inaugurato nel 1954.

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Le fascinazioni del territorio in cui sorge l’area di Sibari (oggi una frazione di Cassano all’Ionio) riguardano anche il suo potenziale turistico e sono molteplici e così ben distribuite che fecero scrivere all’archeologo francese François Lenormant, dopo una visita che dovette suggestionarlo come, ancora oggi, Sibari può fare con chiunque la visiti e come del resto ha fatto con me, questa mattina:

“Non credo che esista in nessuna parte del mondo qualcosa di più bello della pianura ove fu Sibari. Vi è riunita ogni bellezza in una volta: la ridente verzura dei dintorni di Napoli, la vastità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia”.

C’è bisogno di nuove campagne di scavi per far emergere una città che nel IV secolo a.C. si estendeva su una superficie di 500 ettari. Quello che giace tra i corsi d’acqua del Crati e e del Coscile, in una piccola Mesopotamia magnogreca, è un tesoro che la storia ci ha consegnato e che abbiamo il dovere di valorizzare, nel rispetto delle regole e delle norme più rigorose del recupero archeologico, svolgendo un lavoro attento insieme alle istituzioni locali e ai responsabili tecnici.

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Il rilancio della cultura italiana sembra proprio essere destinato a cominciare dal Sud ed io, da meridionale, non posso che esserne orgoglioso.

Fonte: massimobray.it

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