Marco Grassi: “Restaurare? Come dirigere un’orchestra”

19.01.2014 15:26
Parla il restauratore

 

 
 
 
 

Marco Grassi abita in una tipica casa newyorkese nell’Upper East Side. Il suo studio è al piano terreno, quasi fosse l’ufficio di un medico newyorkese. In realtà si tratta di una grande stanza con molte cornici, quadri appesi alle pareti e posati per terra, un grande tavolo di lavoro e un microscopio. Elegantissimo in un vestito di tweed, ha un grembiule blu scuro e mi accoglie mentre prepara un espresso.  

 

Che cosa vuol dire essere un restauratore?  

«Fare il libero professionismo nel restauro oggi è un po’ strano, perché tutti i musei hanno le loro strutture di conservazione. Il Metropolitan di New York, in particolare, ne hanno una fin dagli Anni 30». 

 

E in Italia?  

«In Italia ci sono lo Stato, le Regioni, le Province, oltre alla Scuola di restauro di Venaria, all’Opificio delle pietre dure a Firenze, all’Istituto di restauro a Roma...». 

 

E lei?  

«Io sono figlio d’arte. Mio padre e mio nonno erano antiquari a Firenze: lavoravano con miti come il mercante Joseph Duveen, che vendette molti capolavori d’arte antica ai grandi musei e ai collezionisti americani. Mio padre e mio nonno erano anche amici di storici come Berenson e di collezionisti come i Contini Bonacossi». 

 

Quando è venuto in America?  

«Sono venuto per la prima volta nel ’45 con i miei genitori, perché mia madre era americana. L’Italia nel dopoguerra sembrava un Paese all’anno zero e mio padre lavorava in proprio qui, a New York. Sono andato a scuola qui e qui ho fatto il servizio militare, poi mi è venuta una terribile nostalgia dell’Italia. Avevo 22-23 anni, quando sono tornato e ho cominciato, nel ’59, a lavorare agli Uffizi a Firenze, poi sono andato due anni a Roma all’Istituto centrale del restauro e ho anche studiato a Zurigo. Ma non ho il diploma: il restauro non è come la medicina. Aprii uno studio privato a Firenze nel ’61 e gli amici di mio padre cominciarono a darmi lavoro». 

 

Poi lei si è fatto un nome.  

«Ho avuto fortuna. A Firenze, nel’ 64, si presentò nel mio studio il barone Von Thyssen, che era in quel momento il più grande collezionista del mondo. Mi chiese di restaurare un busto di Mino da Fiesole che, però, era un falso. Feci uno studio molto preciso e raccolsi le prove che non era autentico. In quell’occasione si parlò di quadri e Thyssen mi invitò ad andare a vedere la sua collezione a Castagnola, sul lago di Lugano. Andai e mi chiese di lavorare per lui: avevo 30 anni, l’idea mi faceva impazzire, ma mio padre mi disse di rinunciare. Fai il “visiting conservator”, mi disse. Thyssen accettò e da allora vissi sei mesi a Lugano e sei a Firenze». 

 

Quali grandi restauri ha fatto?  

«Il quadro che mi è rimasto impresso in modo indelebile è una crocifissione di Ugolino da Siena, che era, appunto, di Thyssen». 

 

Bisogna conoscere molto bene la storia dell’arte e la pittura per fare il suo lavoro?  

«Il restauro è artigianato: è una scienza, ma soprattutto una filologia. È un lavoro simile a quello del direttore d’orchestra». 

 

Come si distingue un falso? 

«Ci vogliono esperienza e occhio e poi, naturalmente, ci sono le radiografie. Ho scoperto molti falsi, ma oggi non li fa più nessuno. I grandi falsari di quadri italiani praticamente si estinsero dopo il 1900». 

 

E le molte «Gioconde» in giro per il mondo?  

«Non sono falsi, sono copie d’epoca». 

 

Nei musei italiani ci sono molti falsi?  

«Possono esserci delle copie coeve, ma i musei italiani, di solito, non comprano molti quadri». 

 

Le attribuzioni come vengono fatte?  

«È la parte più difficile. Non sono un critico e non ho le credenziali per decidere se un quadro è della scuola di Pinturicchio o se è un Pinturicchio». 

 

Come si acquista un quadro antico?  

«Soprattutto all’asta o privatamente. L’arte antica costa relativamente poco, perché non è di moda ed è afflitta da problemi di conservazione o di identificazione. Fino all’Impressionismo è più difficile definire di chi è veramente un quadro antico, poi è più facile perché ci sono molti cataloghi ragionati. E poi l’arte antica ha prevalentemente soggetti religiosi e la gente non sempre ha il gusto per tenersi in casa una crocifissione. Con due o tre milioni di dollari si preferisce comprare un Picasso». 

 

Come le sembrano i restauri dei Piero della Francesca in mostra al Metropolitan?  

«A parte la “Madonna di Senigallia”, in perfetto stato, gli altri quadri hanno subito il danno tipico dei quadri antichi che sono stati troppo puliti e quindi hanno perso un certo smalto, ma con Piero della Francesca naturalmente non si discute!». 

 

Lei ha avuto tra le mani grandi capolavori?  

«Sì. Quadri di Rembrandt e di Holbein, secondo me, però, l’arte a Siena nella prima metà del Trecento è il massimo. Se potessi, il mio sogno sarebbe di possedere “L’Annunciazione” di Simone Martini che è agli Uffizi». 

 

Come si fa un restauro?  

«È il quadro che ti dice cosa fare. A volte il meglio è non fare nulla». 

Fonte: La Stampa

 

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