Restauro : la dignità di un mestiere dimenticato raccontato dalla restauratrice Francesca

09.11.2013 13:35

«Amo ritrovarmi a un palmo di naso dalla volta affrescata, amo conoscere un’opera d’arte come mai potrà conoscerla un semplice visitatore, guardandola da vicino, toccandola e restituendole la dignità con cui era stata creata. Più che un lavoro, il mio è un privilegio».

Sembra quasi di vederla Francesca P., 30 anni, mentre si avvicina a uno dei dipinti murali che vuole restituire al pubblico con tutta la perizia (e la responsabilità) di chi per mestiere fa il restauratore. Quello di Francesca è un privilegio che comporta sacrifici e una preparazione costanti.

«Dopo la laurea in Scienze dei beni culturali ho frequentato l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma, (attualmente Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro: cinque anni di preparazione, con attività pratica di laboratorio, cantieri didattici e una selezione durissima all’entrata ndr) e ora lavoro a partita Iva un po’ in tutta Italia».

Francesca è una delle quasi 30 mila figure specializzate (ma le stime sono controverse) che possono trattare materiali, colori e strutture architettoniche anche di elevatissimo pregio artistico. «Occorrono pazienza, una preparazione teorica molto buona ma soprattutto tanta esperienza sul campo. Ho dato anche esami di chimica dei materiali, fisica e biologia applicate, ma è importante lavorare con professionalità specifiche come storici dell’arte, fisici, chimici, biologi», spiega.

Più che un esperto di arte, il restauratore sembra uno chirurgo in sala operatoria. Del resto la mano ferma richiesta per una tecnica come quella del “tratteggio” (cioè la reintegrazione delle lacune di una superficie dipinta, apponendo a mano e una ad una sottili linee di colore ad acquerello, fino a ricreare lo stesso effetto dei pixel sullo schermo di un computer) non è roba per cuori deboli.

Francesca opera in cantieri sparsi un po’ in tutta Italia, non ha un contratto d’assunzione e non sembra vederne all’orizzonte. I compensi per un lavoro a progetto oscillano in media tra 1200 e 1400 euro al mese. «Non sempre però veniamo pagati in tempo, spesso si lavora con enti pubblici quindi i compensi subiscono enormi ritardi. Il contratto più forte è sicuramente quello che si ha quando si è assunti in una ditta edile come operaio specializzato o dalle ditte di restauro. Ma in generale è molto difficile sia farsi assumere con questa crisi che farsi strada da soli».

Come ogni libero professionista (o lavoratore precario), è lei che si preoccupa di trovarsi i cantieri, di proporre il curriculum. Nonostante abbia le competenze per metter le mani su un dipinto di Caravaggio o un affresco di Michelangelo. Così, mentre infila tuta da operaio, mascherina e scarpe antinfortunistica per salire sui ponteggi del cantiere conquistato, Francesca già pensa a come procacciarsi il lavoro successivo. Cosa che non dovrebbe essere difficile in Italia.

«Quando si parla di restauro tutti pensano, giustamente, alle opere antiche. Ma esiste tutto il comparto dell’arte contemporanea che ha aperto nuove strade e nuove richieste di intervento». Perché anche le statue di cera hanno bisogno di manutenzione così come opere d’arte realizzate con plastiche o vernici nate per le carrozzerie delle auto.

Insomma, un mare di lavoro e una marea di interventi che però, per i giovani restauratori, sembrano solo dei miraggi. L’Italia vive la contraddizione di avere la più alta concentrazione di patrimonio artistico del mondo – costantemente bisognoso di cure e manutenzione – ma di non riuscire ad offrirla a queste figure specializzate e competenti sfornate da scuole, accademie, corsi di laurea e cantieri specializzati.

Le denunce sulla condizione di questo settore rimbalzano sui siti delle associazioni di categoria e su quelli delle rappresentanze sindacali del comparto. Eppurel’incredibile spreco di risorse umane sembra avere una responsabile: la Pubblica Amministrazione. La maggior parte dei restauri, infatti, è promossa attraverso gare d’appalto pubbliche a cui possono partecipare anche ditte private e professionisti singoli.

Ma i bandi sono realizzati in unica soluzione per risparmiare sulle procedure. Così un intervento circoscritto, anziché essere disposto subito e a costi sostenibili (sia per chi interviene che per chi paga), finisce nel calderone dei grandi interventi edili, con gare da milioni di euro a cui solo i big delle costruzioni possono partecipare.

Il risultato è l’esclusione dei piccoli dall’offerta e una corsa al ribasso (si arriva anche al 47% in meno) che dimezza il prezzo originario dei lavori. Un disastro, visto che i grandi gruppi edili spesso soffrono la mancanza di personale specializzato e sono costretti, una volta vinta la gara, ad affidare in subappalto i delicatissimi interventi di restauro. Pagati poi male e in ritardo.

C’è poi la questione dei titoli di studio e la lotta interna ai vari profili professionali per decidere chi può fregiarsi della qualifica e quindi lavorare. Chi come Francesca ha frequentato corsi oggi riconosciuti ma lo ha fatto prima che lo Stato equiparasse i diplomi di restauro a lauree vere e proprie, si trova escluso dai concorsi pubblici.

Oggi questo problema non sussiste per le nuove leve (chi vuole intraprendere questa strada può iscriversi non solo all’Istituto di Roma, ma anche all’Opificio delle Pietre dure a Firenze, al Centro di conservazione e restauro di Venaria a Torino e ad altri centri riconosciuti), ma la sbavatura resta. Nonostante il Ministero dei beni culturali, in collaborazione con le associazioni di categoria, stia cercando di rimuoverla.

Processo che richiederà tempo. Lo stesso che intanto deteriorerà la bellezza dei dipinti, delle opere e di interi siti di pregio storico e artistico su cui Francesca spera, un giorno, di lavorare con più calma e continuità.

twitter@barbilla83
di Barbara D'Amico

 

Fonte: http://nuvola.corriere.it

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