La "Giuditta": femme fatale tra sensualità e morte.

10.04.2013 19:06

Gustav Klimt, maggior rappresentante dell’Art Nouveau, nel 1901, realizzò, per la prima volta, il dipinto ad olio su tela di Giuditta.
La donna rappresentata è una delle più celebri eroine bibliche: Giuditta, la quale, durante l’assedio della città di Betulla da parte del re Nabucodonosor, dopo essersi introdotta nel campo nemico ed aver avvicinato e sedotto con la sua bellezza il comandante Oloferne, lo decapita nel sonno.
Il quadro si allunga in maniera esasperata, assumendo un formato verticale che ricorda le stampe giapponesi, di cui Klimt era grande ammiratore.
Giuditta, splendidamente addobbata, se ne sta immobile, con gli occhi socchiusi e le labbra dischiuse, mentre tiene in mano la testa di Oloferne, che appare appena appena di scorcio, in basso a destra, tagliata per oltre la metà dal bordo della cornice.
La testa dell’eroina è nettamente separata dal resto del corpo tramite il pesante gioiello che porta al collo e il suo volto è incorniciato da una folta chioma di capelli ricci.
Il dipinto è inseparabile dallo sfondo e dalla cornice dorata e l’utilizzo dell’oro è ispirato dai mosaici bizantini.
La linea è sinuosa, morbida ed elegante. Le forme che prevalgono sono quelle rotondeggianti e morbide; esse simboleggiano in Klimt il mondo femminile, mentre le forme dure ed angolose sono connaturate al mondo maschile.
Il colore contribuisce a dividere il quadro in 3 zone: le varie tonalità del rosa naturale per il corpo di Giuditta, colori accesi e caldi insieme alle brillanti spirali dorate per lo sfondo, toni scuri, invece, per l’abito.
Si realizza, perciò, una sorta di gioco “svelamento-velamento” del corpo, che conferisce a Giuditta un aspetto ancora più intrigante.
Il risultato che il pittore austriaco ottiene con quest’opera è la resa di una femminilità feroce, di una femme fatale, dall’aspetto anche un po’ diabolico, crudele e seduttrice, che porta alla rovina e alla morte il proprio amante.
Il soggetto è sempre stato utilizzato come metafora del potere di seduzione delle donne, che riesce a vincere anche la forza virile più bruta.
Ella è attiva partecipante alla lotta dei sessi, ma anche lei è coinvolta nell’eterno dualismo tra Eros e Thanatos, tra sessualità e morte.
Questa opera inoltre rappresenta una delle prime esperienze del pittore austriaco e mostra tutta la sua spontaneità e la mancanza di artifici retorici: è considerata come la prima opera del Periodo Aureo, contraddistinto da un massiccio uso di oro.

Realizzato da: P.V.

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