IL CAVALIER CALABRESE MATTIA PRETI

04.08.2013 21:48
IL CAVALIER CALABRESE MATTIA PRETI

TRA CARAVAGGIO E LUCA GIORDANO

Venaria Reale (TO), Reggia di Venaria Reale

16 maggio – 15 settembre 2013

Ho cercato di trovare un motivo per cui la mostra Il Cavalier calabrese Mattia Preti tra Caravaggio e Luca Giordano possa essermi piaciuta e mi possa essere apparsa interessante, ma se andiamo oltre il semplice trovarsi di fronte a dipinti di alcuni tra i più grandi maestri del Seicento (oltre a Mattia Preti abbiamo lo splendido e famosissimo Riposo durante la fuga in Egittodi Caravaggio e opere del Guercino e di Luca Giordano), la fatica è tanta. Quindi se tu che stai leggendo questa recensione hai intenzione di recarti alla Reggia di Venaria solo per vederti alcune opere di Caravaggio, Guercino, Mattia Preti e altri senza farti troppi problemi, allora il consiglio è: vai a vedere la mostra. Se sei un visitatore che cerca qualcosa in più, beh, ci saranno sicuramente nuove occasioni.

Non si capisce dove vogliano andare a parare i curatori, Vittorio Sgarbi e Keith Sciberras. Organizzare una mostra per temi su Mattia Preti è allo stesso tempo estremamente facile ed estremamente difficile: facile, perché la vastissima produzione del Cavalier Calabrese offre davvero un sacco di opportunità per creare percorsi tematici. Difficile, intanto perché l’arte di Mattia Preti conosce numerosi cambiamenti nel corso del tempo, e se al visitatore non esperto questi cambiamenti non vengono presentati in modo graduale, rischierà di trovarsi spaesato. E poi perché quasi nessun tema nella produzione di Mattia Preti è legato a un particolare periodo della sua carriera artistica. Se escludiamo le scene di genere, tutte più o meno concentrate in un lasso di tempo abbastanza breve, abbiamo tante tematiche affrontate più volte da Mattia Preti nell’arco della sua esperienza. Diventa quindi arduo elaborare un percorso senza dare l’impressione di aver fatto scelte avventate o senza far perdere di vista il focus al visitatore, ammesso che ci sia un focus.

L’inizio stesso non è dei più felici: si apre con il Riposo di Michelangelo Merisi in solitaria. Perché sia presente in mostra non si sa. Quando Mattia Preti arriva a Roma, Caravaggio era già morto da circa vent’anni, e la sua lezione arrivò a Mattia Preti non direttamente, bensì mediata dai pittori caravaggeschi. Mattia Preti insomma conosce Caravaggio perché conosce la manfrediana methodus in voga al tempo, e non viceversa: sarebbe stato meglio esporre qualche opera di Bartolomeo Manfredi piuttosto che un unico Caravaggio, per avere un panorama più obiettivo e per non dare l’impressione che quel Caravaggio solitario sia unicamente un richiamo per il pubblico e un espediente per giustificare l’inserimento del soprannome di Michelangelo Merisi nel titolo della mostra.

La sezione successiva è la più coerente ed è ben congegnata: si presentano sostanzialmente scene di genere, notevoli esempi di manfrediana methodus in linea con le prime esperienze romane dell’artista. Anche la sala seguente “tiene” abbastanza, vediamo un Mattia Preti confrontato con il Guercino e che inizia ad abbandonare il Caravaggismo per abbracciare soluzioni più classiciste in linea con la pittura emiliana del tempo, che fu un’altra delle sue fonti di ispirazione. I buoni propositi però si sfaldano nelle sale successive: prima una serie di ritratti e volti di santi, e poi un’accozzaglia di opere di Mattia Preti per lo più a soggetto biblico, lunghetta e pure un po’ noiosa.

Veniamo poi al capitolo Luca Giordano: Mattia Preti ebbe scambi reciproci con il giovane pittore napoletano, e questo è indubbio. Da una parte, la potenza espressiva di Mattia Preti come fonte di suggestioni per Luca Giordano, e dall’altra la tecnica di Giordano fondata sulla rapidità d’esecuzione, che ispirò lo stesso Mattia Preti. Per cui quella Crocifissione di san Pietro del pittore napoletano potrebbe anche trovarsi al posto giusto. Ma è veramente troppo poco per instaurare un confronto tra i due, anche perché mancano completamente testimonianze dell’elaborazione, da parte dei due, di un linguaggio barocco a cui arrivarono sì in modo indipendente, ma il loro conoscersi reciproco ha sicuramente favorito questo processo. Pressoché del tutto assente quindi, per Mattia Preti, il periodo maltese, quello della maggior “magnificenza” della sua arte. A fine mostra troviamo invece una sezione dedicata a dipinti con protagoniste eroine della storia, della Bibbia o della mitologia, inutile e del tutto slegata da quanto visto fin qui. Il termine “deludente” è probabilmente quello che meglio potrebbe definire questa esposizione: peccato, perché Mattia Preti sia uno dei più grandi artisti del Seicento e meriterebbe di meglio.

 

Il Cavalier calabrese Mattia Preti. Tra Caravaggio e Luca Giordano

16 maggio – 1 settembre 2013

La Venaria Reale, Piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (TO)

Orario: mar-ven, 11-17; sab-dom-festivi 10-19

Fonte:mostreinmostra.it

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