Il castello di Nicastro - il Piano Diagnostico, esempio di articolazione

25.10.2013 10:50

 

II Conference “Diagnosis for the Conservation and Valorization of Cultural Heritage” 15/16 December 2011

Il castello di Nicastro - il Piano Diagnostico, esempio di articolazione

 

Prof.ssa Arch. Caterina Gattuso*, Dott.ssa Villella Felicia**, Dott. Roberto Marino Picciola***
* Architetto/Professoressa, Dipartimento di Scienze della Terra – Unical, Via Ponte Bucci – Cubo12B,
Tel. 0984.493579, caterina.gattuso@unical.it;
** licia.villela@tiscali.it, Cell. 3881848424;
*** robertos06@gmail.com, Cell. 3881267947.

 

Abstract

Il presente lavoro riguarda l’organizzazione e la redazione di un piano diagnostico realizzato utilizzando come caso studio il Castello Normanno-Svevo di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro.

Lo studio degli edifici monumentali degradati, soprattutto se finalizzato al loro restauro, deve essere sviluppato seguendo una metodologia che derivi dalla confluenza di competenze fra loro complementari ed interagenti.

Occorre, però, definire una metodica scientifica di lavoro da seguire, non soggettiva e variabile, ma definita con caratteri unificati e unificanti per consentire lo scambio culturale e l'informatizzazione dei dati e dei risultati.

Scopo dello studio consiste nel delineare le tappe fondamentali da dover seguire durante l’approccio con il bene, così da istaurare un avvicinamento idoneo in previsione delle indagini conoscitive da effettuare sul manufatto al fine di orientare le scelte di restauro. Lo studio, con riferimento al Castello di Lamezia Terme, considera il contesto urbano oltre che quello territoriale ed ambientale per poi passare all’anamnesi del manufatto, evidenziandone rifacimenti storici e eventuali interventi di restauro.

Sono state inoltre messe in risalto le differenti patologie di degrado presenti, in relazione al materiale di costruzione dell’opera, selezionando le metodologie di laboratorio più idonee per la loro caratterizzazione.

Di fatti il Castello, realizzato tra l’XI e il XII secolo, è stato non solo teatro di continue successioni dinastiche, che hanno portato con loro conseguenti rielaborazioni architettoniche e stilistiche, ma anche il luogo di notevoli disastri ambientali, primo fra tutti il terremoto del 1638.

Ragion per cui il manufatto si configura come esempio rappresentativo per evidenziare l’applicazione pratica di un piano diagnostico ideale e pertanto estendibile come metodica ad altri casi.

 

INTRODUZIONE

Il recupero di monumenti architettonici, se non progettato adeguatamente, potrebbe provocare danni irrimediabili, a tal proposito sarebbe opportuno supportare l’intervento con una diagnosi specifica ed operare adottando un protocollo standard nell’ambito del restauro e della tutela del Patrimonio Culturale.

Il seguente lavoro sul Castello Normanno-Svevo di Nicastro, può essere considerato come esempio rappresentativo da adottare per eseguire un corretto piano diagnostico, che preceda l’intervento vero e proprio.

Il monumento venne eretto dai Normanni tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. E’ possibile risalire alla cronologia delle varie fasi storiche che hanno interessato il castello, associando alla successione stratigrafica rinvenuta gli esempi architettonici presenti nel territorio calabrese.

Lo scopo del lavoro consiste nell’analizzare il monumento in tutte le sue sfaccettature, mirando alle condizioni di rischio su cui versa il castello, soffermandosi sull’aspetto anamnestico e, grazie ai prelievi effettuati, enumerare le fasi di campionamento e quindi sviluppare le analisi dei campioni.

 

Caratterizzazione generale di un piano diagnostico

La realizzazione di un piano diagnostico può essere considerato un protocollo di attività da svolgere in modo dettagliato e uniforme, da applicare in maniera precisa su qualsiasi bene culturale.

Nel piano diagnostico, prima di puntare l’attenzione sulla diagnosi vera e propria, sarebbe opportuno soffermarsi per definire un insieme di indagini volte a focalizzare lo stato di conservazione del bene, identificandone i potenziali rischi. Questa fase, detta di prediagnosi, segue la diagnosi vera e propria.

In quest’ultima è racchiusa la metodica necessaria a ricondurre un dato fenomeno ad una specifica categoria; nel caso in esame l’esempio viene utilizzato per evidenziare la procedura; si inizia contestualizzando l’opera sia dal punto di vista storico-architettonico, sia corredando il lavoro di un ricco dossier fotografico, a testimonianza dello stato di fatto del bene e della sua successiva evoluzione temporale considerando sia le cause naturali che quelle antropiche.

La diagnosi comprende anche lo step riguardante la caratterizzazione dei materiali e l’individuazione delle forme di degrado e delle patologie.

(Fig. 1 - Il piano diagnostico, caratterizzazione generale).

 

 

Prediagnosi – Condizioni di rischio attuali

 

Lamezia Terme nasce nel 1968 dall’unione di tre comuni: Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia. Situata sul margine del più breve istmo calabrese, Lamezia Terme vanta un clima mite, tipico delle regioni mediterranee.

La città si sviluppa su un territorio pari a circa 16.400 ettari, in essa si coagula una eterogenea tipologia insediativa in cui si distinguono il più recente nucleo abitativo di Sant’Eufemia e i centri Nicastro e Sambiase di antica storia, ai piedi della struttura collinare che crea l’anfiteatro naturale della piana

 

(Fig. 2 – Carta topografica di Nicastro).

 

 

 

 

 

 

 

Il Castello, strategicamente posizionato, occupa la parte più alta di una rupe nel sobborgo di Santo Teodoro, ad una quota di circa 330 m s.l.m., contornata dai torrenti Canne e Niola. 

(Fig. 3 – Il Castello di Nicastro).

 

 

 

 

 

Il territorio è composto dal punto di vista geologico da una sequenza sedimentaria di recente deposizione poggiante su un substrato metamorfico antico.

(Fig. 4 – Affioramento roccioso nei pressi del Castello).

E’ nota l’alta sismicità, propria della regione, che manifesta i rapidi processi di evoluzione geologici in atto. L’elevato rischio sismico, accompagnato dal dissesto idrologico, ha profondamente segnato il territorio anche in tempi passati, è sufficiente menzionare i terremoti del 1638 e del 1783 che hanno provocato molti danni al Castello, riducendolo ad una condizione di rudere.

 

Diagnosi: Contestualizzazione storico-architettonica e materiali costitutivi

Lambito su un lato dal torrente Canne e arroccato sulla sommità del rione S. Teodoro, il Castello di Nicastro domina dall’alto l’intera piana lametina. 

Fu costruito dai Normanni tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, per il periodo anteriore all’XI secolo mancano attestazioni archeologiche che si possano riferire alla fortificazione bizantina.

 Si ha comunque un’attestazione della frequentazione dell’area in età altomedievale. Il Kastron normanno era realizzato, molto probabilmente, in materiale deperibile, palizzate, non conservato.

 

 (Fig. 5 – Il Castello di Nicastro).

 

Fondato da Roberto il Guiscardo, la struttura doveva rientrare in un piano politico che prevedeva la gestione e la latinizzazione del territorio. E’ possibile risalire alla cronologia delle varie fasi storiche associando e confrontando alla successione stratigrafica rinvenuta, gli ulteriori esempi presenti nel territorio, dai castelli di Squillace a quelli di Scalea anch'essi caratterizzati dalla presenza di una torre rettangolare. Nel periodo Svevo, sotto Federico II, il castello fu inserito nell’elenco dei castra exempta controllati direttamente dalla Corona; fu inoltre riorganizzato, prendendo l’attuale fisionomia. Durante la fase federiciana, il Castello fu soggetto ad una serie di ampliamenti, con la costruzione del mastio esagonale, della cortina muraria, della torre circolare e di due torri sub - circolari sul prospetto anteriore. Anche l’interno subisce notevoli modifiche: a ridosso del prospetto principale viene realizzata una grande ala a carattere residenziale organizzata su due livelli.

Nel successivo dominio angioino il castello subisce una serie di restauri riguardanti le murature del sistema d’accesso e di una torre. Di probabile attribuzione angioina è anche la realizzazione della cappella.

Diverse sono le testimonianze che rimandano ai rifacimenti per opera di Carlo I, tra i quali la tecnica muraria adottata, differente rispetto le precedenti; di fatti il laterizio prende il posto della pietra squadrata .

All’epoca aragonese e vicereale si riconduce la costruzione di solidi bastioni e di feritoie articolate secondo il sistema del fuoco incrociato, che denotano un nuovo sistema di difesa. Si tratta dell’ultimo intervento importante dal punto di vista dell’evoluzione edile.

Il terremoto del 1638 segna l’intera struttura; nonostante il crollo dei bastioni e delle mura di cinta sul borgo, il Castello continua ad essere utilizzato come carcere fino al devastamento del terremoto del 1783, che ne provoca il definitivo abbandono.

Attualmente il complesso , lungo circa 105 m e largo circa 60 m, presenta nella parte più alta il maschio e nella parte bassa l’accesso che porta alle quattro torri circolari.

La prima torre presenta una base a scarpa lanceolata, le parti più antiche presentano una muratura con pillori e pietrame erratico di medio – piccole dimensioni. Nella parte inferiore sono presenti dei resti di intonaco ed un collare di pietra calcarea. La parte interna è sottolineata da squadrati blocchi di calcareninte, mentre la pavimentazione conserva, in ottimo stato, un battuto in malta grossolana. La seconda torre ha pianta interna poligonale, mentre l’esterno si presenta con forma circolare. Anche in questa caso le mura sono formate da pillori e pietrame erratico, ma sono presenti numerose rimpiazzi in laterizio. Nell’interno sono presenti conci di calcarenite utilizzata soprattutto per rinforzare le murature d’angolo. La pavimentazione è stata realizzata similmente alle altre con malta grossolana ben conservata, questo poiché entrambe le torri vennero fatte costruire simultaneamente e restaurate in seguito per volontà di Carlo I.

La terza e quarta torre segnano l’entrata al castello, la prima, ricoperta a calotta, presenta, nella parte bassa, blocchi di notevoli dimensioni che sostengono le pietre di dimensioni ridotte della parte superiore; abbondante è la presenza di laterizi, forse dovuto ad interventi successivi. La quarta torre, invece, presenta una muratura con dimensioni minori rispetto alla precedente ed è composta da laterizio e pietra locale. Del bastione, i cui blocchi di medie dimensioni con rinforzi in laterizio e pietra locale sono risalenti al periodo aragonese, solo le mensole sono realizzate in calcarenite, mentre le aperture sono composte da archi in pietre e laterizi di taglio. L’interno presenta un’ampia ala organizzata su due piani, di carattere residenziale, della quale rimane un lungo salone con grossi pilastri quadrati che sorreggevano la copertura ormai crollata. Si dovevano trattare di ambienti riccamente ornati da numerosi elementi architettonici, come dimostrano i reperti rinvenuti negli scavi, un capitello a crochets, una colonnina tortile e una base di colonna forse parte di una bifora, riconducibile stilisticamente al XIII secolo.

 

Stato di conservazione e processi di deterioramento rilevati

Ogni manufatto architettonico, esposto a svariate condizioni climatiche, è soggetto al degrado e quindi ad un peggioramento delle condizioni strutturali e statiche dovute

 

all’usura o all’azioni di agenti esterni. E’ possibile quindi distinguere differenti patologie che colpiranno in maniera più o meno grave l’edificio.

E’ il caso del Castello Normanno- Svevo di Nicastro, il quale, non soltanto è stato vittima di ingenti terremoti che si sono susseguiti nel corso dei secoli, ma anche di infestazioni vegetali che hanno alterato il consolidamento della struttura. Di notevole rilevanza è anche la presenza di patine biologiche sul sistema roccioso.

Il monumento risulta notevolmente danneggiato anche per cause antropiche, quali la costruzione del borgo sottostante, alla base del castello grazie all’utilizzo di materiale roccioso saccheggiato dal castello stesso, questo spiega le ingenti lacune che caratterizzano il rudere.

Facendo riferimento alle Raccomandazioni UNINORMAL, possiamo distinguere differenti tipologie di alterazione presenti sul manufatto:

- Alterazioni senza considerevole peggioramento delle prestazioni del manufatto (patina biologica);

- Alterazioni con perdita notevole di materia nel manufatto (mancanza o lacuna);

- Alterazioni che portano alla perdita strutturale dell’opera (distacco);

- Diminuzione della resistenza e del consolidamento (fratturazione o fessurazione);

- Presenza di piante infestanti.

Nel complesso l’opera si presenta profondamente danneggiata (Fig. 6 - Particolare e riferimento normativo), ma ugualmente fruibile grazie agli interventi di restauro effettuati negli ultimi anni.

 

 

Strumentazioni e metodologie di analisi per la caratterizzazione dei materiali e del degrado

 

Lo studio di un’opera d’arte implica la sua conoscenza non solo superficiale ed estetica, ma soprattutto intrinseca nei materiali. Perché questo risulti possibile è necessario eseguire studi sui materiali costitutivi attraverso indagini, su campioni, che siano preferibilmente non distruttive. Nel caso del Castello, per illustrare la metodica è stato preso  in esame un campione rappresentativo prelevato in maniera da non intaccare l’integrità del monumento stesso; si tratta di un frammento già distaccato di malta e laterizio proveniente da una bifora dell’edificio.

 (Fig. 7 – Campione prelevato).

 

Effettuato il prelievo, il materiale è stato utilizzato per realizzare due sezioni sottili che 

sono state osservate al microscopio polarizzato

(Fig. 8 – Sezione sottile ottenuta dal laterizio e dalla malta),

 così come previsto dalle raccomandazioni NORMAL 12/83 e 10/82 riguardanti la caratterizzazione di materiali lapidei artificiali e naturali.

Nello specifico, essendo il campione facilmente sgretolabile, prima di effettuare il taglio per l’estrapolazione della sezione, è stato sottoposto ad un processo di inglobamento in resina per renderlo maggiormente compatto.

La sezione si ottiene da una cross section per abrasione fino a rendere lo spessore della stessa pari a 30 µm, e permetterne l’osservazione al microscopio a luce polarizzata e dedurne una caratterizzazione mineralogica e petrografica.

L’osservazione della sezione sottile ottenuta, ha permesso di analizzare l’interno del laterizio anche con una preliminare indagine mesoscopica, dalla quale si è evidenziata una colorazione rosso vivo del corpo dovuta ad un ambiente ossidante di cottura e dell’uso di forni con un ottimo sistema di ventilazione. Il laterizio si presenta inoltre abbastanza poroso, ma compatto.

 

 (Fig. 9 – Quarzo presente nel laterizio al microscopio in luce naturale).

 

Le successive analisi al microscopio hanno evidenziato la presenza dei principali minerali ritrovati nella maggior parte delle rocce, dal quarzo ai plagioclasi e minerali con elevati colori di interferenza, quali 

le miche, visibili sia nel corpo del laterizio che nella malta.

 

(Fig. 10 – Immagine della malta al microscopio).

 

La malta presenta un’elevata porosità, ma una buona compattezza con colorazione biancastra. E’ infine possibile valutare il rapporto fra inerte/ legante, in cui prevale il legante.

L’analisi di un singolo campione non è rappresentativa dell’intero edificio, ma permette di illustrare la metodica da utilizzare durante un esame diagnostico.

Nel complesso la struttura è visibilmente segnata dal tempo. Il totale abbandono è stata la causa principale della crescita di differenti specie vegetali che con le proprie radici hanno saldato il castello al terreno, infatti l’eventuale rimozione delle stesse porterebbe al crollo definitivo della struttura. Potrebbe essere interessante, a fini diagnostici, il prelievo delle piante presenti così da identificarle e indagare sulla loro presenza in situ.

Ulteriori esami da realizzare riguarderebbero le malte presenti e risalenti alle diverse epoche storiche. In questo caso sarebbe opportuno utilizzare la diffrattometria e la fluorescenza ai raggi x, per darne una caratterizzazione chimica e mineralogica, e risalire alle evoluzioni composizionali della malta nel corso delle successioni dinastiche alle quali il castello è stato soggetto.

Appare dunque chiara la necessità di approcciarsi ad un bene artistico, nello specifico architettonico, in maniera multidisciplinare. Maggiori saranno le indagini realizzate, maggiore sarà la conoscenza del Bene, e poiché conoscere significa possedere, crescerà anche la possibilità di fruirne.

 

Risultati e conclusioni

 

Il presente lavoro ha lo scopo di mettere in evidenza le fasi necessarie da seguire per effettuare una corretta diagnosi di un’opera artistica, fornendo i dati fondamentali perché sia possibile la realizzazione del più adeguato intervento di restauro.

L’elaborato ha proposto come strumento di analisi il microscopio ottico a luce polarizzata, ma, nonostante il lavoro sia di per sé autonomo, si potrebbe incrementare la fornitura di ulteriori dati affiancando successivi interventi d’analisi con l’ausilio di strumentazioni quali XRD, XRF e SEM.

L’indagine preliminare petrografica eseguita ha permesso di evidenziare le principali caratteristiche mineralogiche da tenere in considerazione per eventuali interventi di integrazione coerenti il più possibile col materiale presente nel castello, così da evitare di esporre il manufatto ad azioni di rigetto dovute ad una incompatibilità tra i materiali di restauro e quelli presenti sullo stesso.

La realizzazione di un piano diagnostico dovrebbe precedere qualsiasi tipo di intervento perché l’opera non subisca ulteriori stress e possa essere tutelata così come previsto dall’articolo 3 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che recita: “la tutela consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione.”

 

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Realizzato da: Felicia Villella

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