Cercando i colori del Crocifisso di messer Donatello.

26.04.2013 18:01

Dalla chiesa padovana dei Servi al laboratorio di restauro a Udine. Sotto la vernice dell’800 spunterà la policromia

 

PADOVA. È partito. Il Crocefisso di Donatello della Chiesa di Santa Maria dei Servi a Padova da ieri non è più nella sua nicchia a fianco dell’altar maggiore. In questo momento è a Udine, al Laboratorio di restauro della Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia, arrivato dopo un viaggio tranquillo e premuroso: gli addetti della ditta Apice Tratto hanno guidato dolcemente. Quel Crocefisso non si muoveva dalla sua chiesa da quando era stato messo lì, probabilmente da Donatello in persona. I più propendono per la metà degli anni 40 del 1400. Come dire che i padovani l’hanno avuto davanti agli occhi per quasi seicent’anni.

Dovranno farne a meno per diciotto mesi, poi il Cristo tornerà sulla sua croce ai Servi.

Ier mattina è stata una vera e propria “deposizione”, viva e un po’ movimentata nei suoi protagonisti. Al posto del dolore, l’efficienza. Al posto delle pie donne, ma in fondo come loro, le donne della Soprintendenza, attentissime alla delicatezza con cui trattare quel corpo di legno. La direttrice dei lavori, Elisabetta Francescutti, la sua collega Monica Pregnolato, l’esperta dei Beni Culturali della Curia, Elisabetta Favaron: tutte lì ai piedi della croce. Ed è stata una deposizione perché il corpo è stato fisicamente staccato dalla croce: tolti i chiodi dalle mani, spostati i piedi dal loro sostegno, stessi gesti come sul Golgota. Dice Francescutti: «La croce è infissa per ottanta centimetri nel basamento, impensabile sfilarla. Andrà restaurata anche quella, ma lo faremo qui». Resta per i fedeli, e forse ci metteranno un Gesù provvisorio perché, ci spiegano, «ogni chiesa deve avere la sua cappella del Crocefisso», e non s’intende vuoto. Ma questo è un particolare.

La cassa in cui Cristo in legno è stato deposto non sembrava un feretro, piuttosto una bomboniera: rossa scarlatta di fuori e all’interno teli bianchi e lucenti. È stato il primo viaggio di questa scultura, a meno che, come ipotizza qualcuno, non sia addirittura arrivata da Firenze come “testimone” dell’abilità di Donatello, che poi ebbe dai frati del Santo l’incarico per il gran crocefisso, questa volta fuso in bronzo, della Basilica. Questo è in legno, crocefisso di devozione popolare piuttosto che di maestà ecclesiastica, ma è arrivato fino a noi in buone condizioni. Proprio perché i fedeli pretendono l’oggetto della loro venerazione sempre “a posto”, il crocifisso è stato ridipinto, quando avvertiva le rughe del tempo. La vernice bronzea che ora lo ricopre è della prima metà dell’800, anche per “nobilitarlo”: così assomigliava di più ad una fusione. Fatto sta che quella vernice appesantisce un lavoro d’intaglio che si intuisce raffinatissimo. Dice Luca Caburlotto, soprintendente a Udine, tra le cui braccia il Cristo è arrivato ieri pomeriggio: «Tolta la vernice, troveremo un lavoro splendido». Non solo splendido, ma anche colorato. Sono stati fatti dei saggi, nei mesi scorsi a Padova: prove di pulitura, prelievi di pigmento e analisi stratigrafiche. Sotto, c’è ancora il colore. Ora altri esami attendono il Cristo: rilievi fotografici, diagnostici, radiografie, nuove stratigrafie. Dovranno dire quale colore si è conservato. Quello di Donatello? Quello di “rinfrescature” successive? Seicento anni sono tanti.

«Troveremo la policromia»: è sicura Elisabetta Francescutti, così come Caburlotto, che l’ha anche spiegato al parroco don Paolo Bicciato e ai fedeli in un’affollata serata in chiesa. Dai parrocchiani un convinto «andate avanti» che rasserena i restauratori, o meglio i cercatori dell’originale. Il Crocefisso è sempre stato l’attrazione della chiesa, c’è un nucleo di devoti specifici, e poi la sua popolarità è aumentata dopo l’attribuzione, recente, alla mano di Donatello. Dice don Paolo: «Abbiamo stampato un volantino per i 500 anni dal miracolo del santo Crocifisso, in meno di un anno ne sono andate via ventimila copie». Il miracolo è del 1512: per quindici giorni, in febbraio, “stillò dalla faccia e dal costato abbondante sudore sanguigno», e la cosa si ripetè il Venerdì Santo successivo fino a Pasqua.

Il miracolo dei nostri giorni sarà soprattutto tecnologico e tecnico. Sono stati stanziati 40 mila euro per le analisi, poi si lavorerà in house con i cinque dipendenti del laboratorio. Risparmi intelligenti anche per l’assicurazione: si è applicata la “garanzia di Stato”, in pratica il Mibac fa riferimento ad un fondo specifico depositato al Ministero dell’Economia e Finanza. Non si pagano premi, ma il bene è garantito. Nel caso del Crocifisso di Donatello, una cifra adeguata: ben oltre i due milioni di euro.

Di: Paolo Coltro
Fonte: IlMattino.it


 

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