Beni culturali - Per 3mila resturatori, 12mila tecnici e 500 imprese un nuovo contratto nazionale e sostegni alla formazione e l'aggiornamento con FondItalia

04.02.2014 12:53

In un Paese come l'Italia, con la più alta concentrazione di patrimonio artistico del mondo, ci dovrebbe essere un mestiere molto richiesto, tutelato e ben definito dalle norme in vigore: quello del restauratore. Così, purtroppo, non è. Nonostante una buona notizia per il settore – la stipula del contratto nazionale di lavoro, che sarà presentato a Roma durante un incontro giovedì 6 febbraio – tanti restano i problemi: la crisi, che ha toccato anche il mondo del restauro, e la mancanza di regole precise per la qualifica professionale. 
A raccontare il quadro attuale di un mestiere che oggi riguarda circa 3.000 restauratori e 12 mila tecnici è Carla Tomasi, titolare di un'azienda specializzata nel restauro di affreschi, stucchi, mosaici ma anche materiali lapidei e siti archeologici e presidente dell'associazione di categoria, l'Ari . «La novità più rilevante che ci riguarda è la firma del contratto nazionale di lavoro per i dipendenti delle aziende di restauro - racconta Tomasi -. Fino a oggi queste persone venivano inquadrate per lo più con il contratto di lavoro del settore lapideo o legno e arredo. In questo modo si è colmata la carenza di una specifica disciplina in un settore delicato che si prende cura del patrimonio storico e artistico italiano e abbiamo ribadito l'autonomia dei restauratori dal settore dell'edilizia». Il contratto è stato firmato nel luglio scorso dall'Ari, l'Ugl, la Federazione industrie, prodotti, impianti, servizi e opere specialistiche per le costruzioni (Finco), Federterziario-Confimea e Federmiddlemanagement. 
Se, però, un passo è stato fatto, tanta resta ancora la confusione sul piano delle qualifiche professionali. «La nostra – racconta Carla Tomasi – è una professione regolamentata da due decreti del 2009 (numero 86 e 87) che definiscono chi siamo e qual è il percorso formativo che dobbiamo compiere». All'interno della grande categoria del restauratore esistono cinque profili particolari: il restauratore di beni culturali (in grado di effettuare una diagnosi, un progetto, di organizzare un cantiere, eseguire l'opera e ha la responsabilità del restauro); il collaboratore tecnico (con le stesse competenze ma senza responsabilità); l'artigiano (cioè chi opera in una tradizionale bottega artistica italiana, restaura il ferro battuto, per esempio, o è in grado di dorare una cornice); il tecnico scientifico dei beni culturali (chi ha le competenze nel campo della fisica o della chimica); e il suo collaboratore tecnico. «Queste mansioni sono tutte importanti – spiega Tomasi – ma necessitano di una formazione molto diversa». 
Secondo le norme del 2009, il restauratore vero e proprio, il primo profilo, deve aver conseguito un diploma quinquennale presso uno degli istituti formatori riconosciuti . Tra questi ci sono il centro di conservazione e restauro di Venaria (Torino), l'istituto per il restauro di Roma e l'opificio per le pietre dure a Firenze. Il secondo profilo deve essere formato tramite un corso triennale organizzato dalle Regioni. Ma qui sorge il primo problema. «Per questa mansione – racconta Carla Tomasi – la formazione non è uniforme. Servirebbe quindi un coordinamento tra le Regioni italiane». Il terzo profilo, quello dell'artigiano, non necessita di un titolo di studio particolare. «E' un artista di bottega che si forma sul campo e, a sua volta, è in grado di trasmettere a qualcun altro la sua arte», continua la presidente dell'Ari. Gli ultimi due profili hanno, invece, seguito un percorso di tipo scientifico, nel primo caso quinquennale, nel secondo triennale, come per esempio quello in beni culturali offerto dal dipartimento di chimica della Sapienza di Roma. Chi ha intrapreso una di queste strade dopo il 2009, cioè dopo l'entrata in vigore dei decreti 86 e 87, non ha problemi di riconoscimento professionale e può partecipare ai concorsi pubblici. Altra storia, invece, per chi ha cominciato prima di quella data. «A oggi il Ministero dei beni culturali non ha ancora deciso come valutare i restauratori che si sono formati prima del 2009 - spiega Carla Tomasi -"Dovrebbe esserci un concorso di qualificazione ma per ora non si sa ancora nulla di certo. Questo significa che chi ha frequentato un istituto di restauro (ma ha un titolo non riconosciuto) è equiparato a un artigiano di bottega privo di formazione. Come associazione chiediamo al Ministero di intervenire al più presto e di circoscrivere al gruppo dei restauratori solo chi ha conseguito una formazione adeguata». 
Problemi burocratici che si sommano a quelli derivanti dalla crisi di questi anni.Oggi, purtroppo, c'è una drammatica diminuzione del lavoro, spiega la presidente. «Le imprese di restauro in Italia sono circa 500 ma quelle veramente operative sono meno della metà. In ambito pubblico c'è un restauratore ogni dieci soprintendenze». E pure i numeri dell'Autorità di vigilanza parlano chiaro, secondo Carla Tomasi: «dal 2009 al 2011 gli appalti per progetti di restauro sono stati pochissimi, una ventina all'anno. Il momento, insomma, non è per nulla roseo. L'unica speranza è quella di puntare sull'alta qualità del nostro lavoro, sulla grande specializzazione dei restauratori italiani. Per questo è importante che venga risolta una volta per tutte la questione del mancato riconoscimento di chi si è formato prima del 2009».
Intanto Fonditalia , il fondo interprofessionale nazionale per la formazione continua promosso da Federterziario e Ugl, si sta muovendo per i restauratori. «Purtroppo le piccole e microimprese del settore sono le più svantaggiate perché sono quelle che fanno più fatica ad accedere ai finanziamenti - commenta Egidio Sangue, vicepresidente di Fonditalia - per questo abbiamo deciso di consentire la formazione per questo tipo di aziende attraverso la costituzione di reti di imprese che, insieme, possono più facilmente organizzare e pagare cicli di formazione per i propri dipendenti». Inoltre Fonditalia consente il finanziamento senza vincoli per la formazione sulla sicurezza sul lavoro per i restauratori.
 
Isabella Fantigrossi
 
Fonte: Job24 - Il Sole 24ore
 

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